Sara Sole Notarbartolo: il problema è amministrativo, il pubblico è vivo, il teatro è vivo

Sara Sole Notarbartolo

Sara Sole Notarbartolo drammaturga, regista e formatrice teatrale, lavora sul territorio nazionale ed internazionale dal ’94. Tra gli  spettacoli di cui è regista e autrice ricordiamo‘ O mare,  La Tentazione, Santa Lucia della bella Speranza, La danse des amants. I suoi testi sono tradotti in Francia e in Svezia.

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo lei, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?
Cominciamo dall’appurare che c’è uno scollamento. C’è uno scollamento fra la realtà del teatro contemporaneo, con le sue bellezze, le sue brutture, il suo potenziale e le sue criticità e quella percepita dai vertici ministeriali.
Ma la crisi va combattuta su due fronti: bisogna avere molta cura del pubblico, proporre qualità.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?
No. C’è tanto teatro di qualità. E il pubblico lo sa. Quando gira voce che uno spettacolo è bello, le sale si riempiono a dismisura. Le idee forti mancano dal punto di vista organizzativo e produttivo. Ma non è neanche solo colpa dei produttori che sono a loro volta schiacciati da imposizioni ministeriali assurde e subiscono talmente tanti tagli e vessazioni da essere spesso indotti a tagliare a propria volta.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?
Il teatro, se fatto bene, soddisfa la prima necessità dell’uomo, che è quella della bellezza. Il pubblico ha diritto alla bellezza, all’incontro, alla discussione. Ha diritto ad uscire di casa e concedersi un’ora o più di emozione, il tempo di una riflessione, la preziosa esigenza del confronto con altri.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?
Il teatro è vivo. Morte sono le istituzioni, mortifera è la burocrazia, soffocante il tempo di attesa dei finanziamenti.
Bisogna distinguere: da un lato c’è l’opera teatrale, dall’altro l’opera produttiva. E’ sul versante produttivo che bisogna rinnovare. Per esempio, vogliamo chiederci come mai a Napoli, città madre di tantissimi artisti di indiscutibile valore, non nascano nuove compagnie riconosciute dal Ministero (e che quindi possano sostenersi e creare in modo completamente autonomo) da più di trent’anni?

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?
No. I tagli al FUS sono la prova provata di quanto il teatro sia sottovaluto come risorsa di cultura ed economica.
Detto ciò ci sono delle élite polite e culturali che si autoconservano. Questo non fa bene a nessuno. Non fa bene alla cultura, ma non fa bene neanche all’economia.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo lei
Bisogna che la nuova riforma tenga conto delle reali necessità del Teatro. Non è più tempo di imporre dall’alto normative che puntualmente risultano sballate o escludenti.
Bisogna che gli artisti e tutti i lavoratori del settore spettacolo entrino in dialogo diretto con chi amministra, devono /dobbiamo, avere rappresentanza negli Stabili (o Nazionali che dir si voglia), al Ministero. Siamo noi che facciamo il teatro, noi siamo il teatro.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?
Certo che ha senso. La possibilità per uno spettatore dev’essere assolutamente ampia e libera.
La scelta politica di un direttore è tutto, imprime un gusto, dà uno stile. E’ un compito molto arduo, che dovrebbe essere affidato a persone attente, curiose, vitali, illuminate.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?
Sì. C’è una lobby autoconservativa, ma questo non riguarda solo Napoli, ovviamente. Questo discorso è lungo, e non è disgiunto da un discorso economico. Negli ultimi trent’anni non si è data la possibilità alle compagnie di poter vivere di vita autonoma. Non sto qui a fare i calcoli, ma per poter essere riconosciuti dal ministero occorrono anni di borderò, che significa decine di migliaia di euro di contributi. Chi può permetterselo? Quindi le compagnie si rivolgono a produttori già esistenti. Per fortuna molti sono abbastanza illuminati. Ma questo non è un modo per accelerare un processo di rinnovamento. In alcuni casi, come nella mia piccola compagnia Taverna Est, quando non collaboriamo con produzioni esistenti è perché riusciamo ad autofinanziarci con il sostegno dei Festival, la vendita delle repliche o addirittura lo sbigliettamento. Ma sono operazioni che tuttalpiù ti permettono di realizzare un singolo spettacolo. Poi, quando vuoi partire con un nuovo spettacolo ti trovi a zero. Molti si arrendono.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?
Basta co’ sta “crisi”. Ripeto, il problema è amministrativo. Il pubblico è vivo, il teatro è vivo. Negli ultimi anni ai miei spettacoli le sale sono piene, spesso ci sono posti aggiunti, spesso c’è gente che non riesce a entrare. Se ami il pubblico e lo rispetti, il pubblico lo sente e ricambia.
Per quanto riguarda la critica: i critici sono esseri umani e spesso sbagliano. Altri sono pronti, attenti, eccezionali. Non è che buttiamo tutta la categoria dalla finestra. Come con tutte le altre categorie c’è bisogno di più dialogo.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?
Infinatemente.

 

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