Rocco di Emio Greco, la danza e la boxe per teorizzare l’Io

rocco emio greco

Emio Greco e Pieter C. Sholten, con la co-produzione del Ballet National de Marseille, portano in scena Rocco, un lavoro con protagonisti quattro danzatori che è anche una riflessione sul pugilato e le migrazioni a partire dal film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti. Greco, brindisino di nascita, è un emigrante contemporaneo che ha lasciato l’Italia a ventun anni per inseguire un suo sogno e, dopo alcune esperienze stimolanti in Francia, in Belgio e in Giappone, fonda ad Amsterdam una sua compagnia.

Rocco, però, è soprattutto un saggio sull’elaborazione di molteplici mondi percettivi sviluppati attraverso il coinvolgimento del proprio corpo con altri corpi. Sviluppando in tal senso il concetto dell’alterità dell’Io rispetto agli altri, Greco dà spazio a un corpo a corpo micidiale dei quattro performer all’interno dello spazio effimero del ring, dove lo scontro non avviene mai violentemente ma è stilizzato esteticamente con una serie di movimenti precisi e lineari. Sono quattro identità in gioco, quattro anime inafferrabili che tendono verso l’altro non per combatterlo ma per accoglierlo, studiarlo ed emularlo all’interno di una prospettiva dinamica ed evolutiva. La boxe è un segno per creare un rapporto argomentativo tra le parti, fuori da ogni convenzionalità, regolato dalla volontà di vincere l’incontro ma, al contempo, di non annientare l’avversario, che è parte integrante di un dialogo comune che potrebbe avere per oggetto la lontananza da casa, la fratellanza o l’amore.
D’altronde, nell’America di fine anni ‘30, che accoglieva milioni di immigrati sbarcati ad Ellis Island, si creò un forte legame tra immigrazione e pugilato, soprattutto in spazi come la Gleason’s Gym, a Brooklyn. E, come scrive Joyce Carol Oates, “nessun altro soggetto è, per lo scrittore, così intensamente personale come la boxe. Scrivere di pugilato significa scrivere di se stessi; e scrivere di pugilato ci obbliga a indagare non solo la boxe, ma i confini stessi della civiltà, cos’è o cosa dovrebbe essere umano. Anche se un incontro di boxe è una storia senza parole, ciò non significa che non abbia un testo o un linguaggio, che, in qualche modo, sia rozza, primitiva, inarticolata.”

Dopo aver visto questo lavoro intenso di Greco e Sholten, viene da pensare che anche – e soprattutto – con il teatro danza sia possibile raccontare, per citare ancora la Oates, il “silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio”.

Visto, nell’ambito della rassegna Primavera Danza del Teatro Stabile di Napoli, al Teatro Augusteo il 5/4/2017

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Notice: Undefined variable: font_family in /home/mhd-01/www.armadillofurioso.it/htdocs/wp-content/plugins/gdpr-cookie-compliance/moove-modules.php on line 282