Robert Lepage, aghi e oppio: la vita tra solitudine e perdite

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Robert Lepage approda al Napoli Teatro Festival con Les Aiguilles et l’opium, un allestimento ideato nel 1991, poi ripreso circa dieci anni dopo. Un lavoro che procede su due binari paralleli e che vede protagonisti, nel 1949, Jean Cocteau, alla sua prima visita newyorchese, e il giovanissimo Miles Davis, che rimane affascinato da Parigi e da Juliette Gréco.

Entrambi dipendono dalla droga e da storie d’amore tormentate. Nel 1989, Robert Lepage alloggia nella stanza numero nove de “La Louisiane”, hotel che ospitò Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir durante la redazione de “La Nausea”, e ripensa alla sua storia d’amore appena finita, aiutandosi con le note di Davis e le parole di Cocteau. In scena Marc Labreche interpreta sia Lepage che Cocteau ed è affiancato da Wellesley Robertson III, che interpreta, invece, Miles Davis.

Les aiguilles et l’opium è un lavoro sulle possibilità visive e tecniche che una messa in scena può raggiungere. Il drammaturgo e regista canadese, infatti, si avvale della forza di due grandi figure del primo Novecento culturale per scatenare il suo estro e la sua fantasia e, naturalmente, meravigliare lo spettatore. Non presenta una storia lineare, non approfondisce né caratterizza i suoi protagonisti. Si limita a dialoghi fumosi, pieni di compiacimento letterario, e ad intermezzi pretenziosi e lenti, forse consapevolmente. È evidente che a Lepage interessano solo la forza delle immagini e l’equivalenza tra crisi da dipendenza amorosa e da droghe.

Per fare questo, Lepage crea una serie di quadri, in cui mostra il quotidiano di Davis e Cocteau e la permanenza a Parigi di Robert. L’attore è in Francia per prestare la sua voce ad un documentario su Juliette Gréco, che funge da filo conduttore per tracciare un parallelo tra la perdita subita da Miles Davis, costretto a lasciare la cantante francese a causa dei pregiudizi degli USA verso le relazioni interrazziali, e quella di Lepage, che non riesce a comunicare con la sua compagna.

Lo spettacolo, da un punto di vista della scrittura scenica, non emoziona e non coinvolge, ma è intrigante per la messa in scena: l’azione si svolge in un cubo a tre lati, in costante rotazione, tenuto sospeso da cavi e cablaggi. Gli attori, che offrono una prova fisica notevole, si muovono con grande eleganza, nonostante gli ostacoli frapposti dalla regia, ed è una scena che ipnotizza e rapisce grazie all’optical art.  Nonostante le continue citazioni da “Lettera agli americani” di Cocteau, che invitano a un’importante riflessione sul presente, Lepage non è riuscito a bilanciare la necessità di offrire una storia sulla solitudine e il dolore con il suo personale impulso a ricercare e ricreare ambienti unici servendosi delle innovazioni tecnologiche dei nostri tempi. Il secondo punto ha prevalso sul primo, conquistando una larga fetta di pubblico che ha, comunque, avuto la possibilità di vedere uno dei più raffinati sperimentatori della scena teatrale del secondo Novecento.

 

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