Riccardo Goretti: il sistema degli scambi è un qualiticidio

Riccardo Goretti

Riccardo Goretti

Riccardo Goretti è un attore e un autore di teatro dal 2002. Toscano, ha lavorato e collaborato, per diversi anni, con Gli Omini, compagnia di cui è membro fondatore (esperienza ormai conclusa), ma anche con artisti del calibro di Lucia Calamaro e Massimiliano Civica.
Artista eclettico ed eccentrico, il suo teatro si preoccupa di fare un lavoro di ricerca sulle persone, a partire dalla propria famiglia, per raccontare le storie che hanno contraddistinto il proprio vissuto.

Tra i suoi lavori, segnaliamo Annunziata detta Nancy, una produzione di Kilowatt Festival, e Essere Emanuele Miriati, di cui è regista, autore e interprete.

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

I segnali sono sotto gli occhi di tutti, ma io, per far capire, utilizzo sempre questo esempio: ho molti amici artisti (videomaker, pittori, fotografi, musicisti, ecc…), TUTTI si interessano ad altre “branche”: il pittore si fa kilometri per andare a vedere un concerto, il musicista si fa kilometri per andare a una mostra… com’è che NESSUNO di loro si sognerebbe mai di fare kilometri per andare a teatro? Altro esempio: come mai in edicola si trovano giornali e riviste specializzate su TUTTO (addirittura esiste “Beccacce che passione” e “La pesca con la mosca”)… ma NON ESISTE una rivista di teatro? Questi sono i segnali, queste le domande. E la risposta è: ci siamo messi in un angolo da soli, e ora quello che facciamo interessa a pochissime persone, e ce lo meritiamo. È un processo che è iniziato con lo iato tra critica e pubblico durante tutto il 900, e va avanti inarrestabile tuttora.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Certo che si. Del resto, perchè dovrebbero esserci idee forti se non c’è ricambio e rimescolio, e se chi potrebbe attuare cambiamenti ha tutto l’interesse a che la situazione rimanga muffosa e stantia?
Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Il teatro oggi vive dei due opposti: o NON ha funzione sociale (e quindi è puro intrattenimento – quello di cui è fatto il 95% delle stagioni teatrali “ufficiali” diciamo così), o ha SOLO funzione sociale (teatro come recupero di drogati, minoranze etniche, carcerati ecc – quello di cui è fatto il 95% delle stagioni teatrali “di ricerca”). Ma, in tutto ciò, l’ARTE, che fine fa?

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Credo che l’atteggiamento giusto da mantenere sia lavorare in piena coscienza di quel che si fa, e in assoluta auto-onestà intellettuale. Senza aspettare/aspettarsi nulla. Facendo.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?
Ah, questa è facile: NO e NO.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.
Ricambio della generazione dirigente – pensare che è possibile che un direttore artistico di un teatro importante possa avere anche meno di 50 anni. Piantarla con il sistema degli “scambi”, che è un qualiticidio. Smettere di dar peso ai critici, che spesso ragionano per voleri di bislacche lobby o fissazioni personali.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?
No, i classici non hanno senso, io lo dico da anni. Ma non impongo il mio gusto a nessuno. PER ME non hanno senso, a meno che, guarda un po’, tu non trovi dentro un classico ESATTAMENTE quello che volevi dire in quel momento della tua carriera artistica. Mi pare in questo senso ci siano registi fortunatissimi, in Italia: appena devono dir qualcosa, gli capita lo Shakespeare giusto per le mani. Che fortuna.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?
No, affatto. Molto teatro di ricerca ha più a che vedere con la performance d’arte contemporanea che col teatro, e la danza pure ha molto spazio.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

Non so, davvero. Non so neanche se mi importa. Ho lo stesso atteggiamento che provo in un rapporto di coppia: se I SINGOLI stanno bene, LA COPPIA sta bene (e credo non abbia senso parlare di benessere della “coppia” poiché essa è un sistema astratto che senza singoli non esiste). È la stessa cosa: se tutti fossero in pari con se stessi (DAVVERO però, senza farsi tutti quegli sconti della pena!), il “sistema astratto teatro” ne gioverebbe senz’altro.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

Lo spettatore è fondamentale, ma pare che non ce ne ricordiamo mai. Sento parlar benissimo (da critica e operatori) di spettacoli che non guardano affatto al benessere dello spettatore. E non si pensi che lo spettatore medio è un povero minchione – come mai Antonio Rezza ad esempio ha TANTISSIMO pubblico pur mantenendo intatta la sua linea di ricerca e la sua provocatorietà?
Prima di salutarti, ringraziandoti per la collaborazione, ti chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua missione teatrale? Come immagini la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

Per concludere, direi che io NON ho una missione teatrale, come forse si è capito dalle risposte sopra.
Cerco solo di non annoiare, di non annoiarMI, di essere sincero in ciò che dico in scena, di battermi ogni tanto per giuste cause, di rinnovare spesso il mio sguardo.
La situazione teatrale e culturale in Italia tra 5 anni? Esattamente identica ad adesso.

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