Reality: il dettaglio e l’insolito di Deflorian e Tagliarini

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Daria Deflorian e Antonio Tagliarini sono in scena con il progetto Reality, lavoro tratto dall’omonimo testo, originale e insolito, di Mariusz Szczygiel edito in Italia da Nottetempo.

Al centro della vicenda c’è Janina Turek, casalinga polacca, che ha appuntato, in maniera minuziosa, per cinquant’anni, tutto ciò che faceva: telefonate ricevute e fatte, quante volte era andata a teatro, programmi televisivi visti, persone incontrate e altri dettagli. Alla sua morte, nel 2000, la figlia, ignara di tutto questo, trova ben 748 quaderni che svelano la routine di questa donna.

Secondo Szczygiel, nella nostra routine quotidiana succede sempre qualcosa, piccole incombenze che non lasciano tracce nella nostra memoria e che svolgiamo per necessità. Consegniamo una serie di azioni all’oblio e non ce ne rendiamo conto. La scelta personale di Janina, quindi, ci appare assurda perché inconsueta ma, soprattutto, perché non è destinato a nessun pubblico.

Deflorian e Tagliarini cominciano dalla fine, dalla morte di Janina, avvenuta nel 2000, per strada, a causa di un infarto e partono proprio con la teorizzazione di un movimento scenico, cioè su come inscenare la morte di una donna colpita da infarto. Badate bene che un inizio del genere è una fervida dichiarazione d’intenti, dove si smaschera l’incapacità del teatro ortodosso, quello dalle modalità predefinite, di rendere la realtà in maniera naturale. Da questo paradosso (il teatro rappresenta la realtà ma non sa essere la realtà), si arriva a mettere in scena un’opera impossibile, i diari di Janina, raccogliendo alcune tracce della sua esistenza e costruendo una drammaturgia scenica tutta incentrata sull’atto della scrittura di quei diari.

Reality rinuncia a qualsiasi risvolto psicologico e si concentra solo su un personalissimo racconto reportage destrutturato, divertente e coinvolgente, dove l’attore è fuori e dentro il personaggio e può creare materiale scenico da offrire a un pubblico. Deflorian e Tagliarini ragionano, infatti, inizialmente, su una probabile messa in scena – Latella aveva provato a fare un’operazione simile con il suo Lear – e sul metodo di lavorazione per poi provare la performance. Ricostruiscono la “scena del crimine” – la stanza da pranzo, la finestra, la poltrona dove Janina guardava la tv – ma senza mai abbandonare il testo scritto, la partitura, le tracce, i segni lasciati dalla donna. Anche laddove provano a inserire un’aggiunta, un elemento di fantasia, una nota di colore personale (la regia), lo spettatore avverte sempre la presenza della casalinga polacca e della sua mania certosina di appuntare i dati della sua vita.

La storia della Polonia è sullo sfondo ma quel che riesce ad emergere è una dimensione disumana del quotidiano rappresentata attraverso l’estetica di una casalinga, ai più sconosciuta, fatta di piccolissimi dettagli accumulati e che merita la nostra attenzione. Ma meritano la nostra attenzione anche questi due grandissimi performer, premi UBU 2014 per “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”, con cui il teatro contemporaneo italiano deve necessariamente misurarsi per offrire un nuovo sguardo teatrale sul mondo.

 

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