Realismo Capitalista di Mark Fisher

Il 2018, per l’editoria, è stato un anno importante anche e soprattutto per la pubblicazione di un libro necessario per capire e analizzare i tempi che viviamo. Sto parlando di Realismo Capitalista, uscito per la collana NOT di Nero Edizioni, di Mark Fisher, saggista e blogger britannico, morto suicida il 13 gennaio del 2017.

Il libro fu pubblicato nel 2009 ma, da qualche anno, è stato preso in considerazione per analizzare e criticare alcuni aspetti del neoliberismo. Si tratta di un saggio veloce e molto potente che si avvale di materiali preziosi – dai film ai saggi di filosofia – per spiegare cos’è il realismo capitalista.

Ma partiamo dal principio: Mark Fisher apparteneva, come spiega Valerio Mattioli nella prefazione, alla CCRU, un movimento inglese che sfidava la sinistra marxista del passato accusandola di essere ancorata ad un passato, ormai travolto dalla rivoluzione digitale. CCRU sta per Cybernetic Culture Research Unit e fu un collettivo extrauniversitario interdisciplinare di studenti dell’Università di Warwick legato al dipartimento di Filosofia.

I Duemila gli impongono un cambio di direzione nella sua riflessione e, dalle pagine del suo blog, cominciò a teorizzare dalle pagine del suo blog quello che poi diventerà il nucleo di “Realismo Capitalista”.

Per Fisher, tutto è cominciato con il “There is no alternative” della Thatcher, recepito da tutti, che ha dato vita alla sensazione diffusa che il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico che possiamo percorrere oggi. E, in nove capitoli, sviluppa altrettante tesi sull’inquietante metamorfosi che il mondo ha dovuto sopportare. Che cos’è, quindi, il realismo capitalista? È l’atmosfera oppressiva e pervasiva che ci troviamo a vivere e che la sinistra, oggi, potrebbe cominciare a cambiare partendo da tre punti: la burocrazia, l’ecologia e la sanità mentale.

Nel primo capitolo, Fisher analizza “I figli degli uomini” di Alfonso Cuaron. Siamo nel 2027, l’umanità è a rischio estinzione e da tanti anni non nascono più bambini. Londra è dominata dalle frange nazionaliste che stanno spingendo per una chiusura totale delle frontiere. Ebbene, come giustamente fa presente Fisher, il film di Cuaron “riflette sulle temperie del tardo capitalismo”. Le misure autoritarie, infatti, che i londinesi si trovano a dover subire potrebbero essere state prese all’interno di uno scenario democratico. E l’ideologia liberale, che da sempre si è scagliata contro lo Stato, in questo caso si avvale di esso per mettere a punto il suo programma. Il capitalismo, infatti, è ciò che resta quando ogni ideale è collassato a semplice elaborazione rituale in cui “il consumatore-spettatore arranca tra le rovine”. È come La Cosa di Carpenter, un’ “entità mostruosa, plastica e infinita” capace di metabolizzare e assorbire qualsiasi cosa con cui entra in contatto. Lo dicevano già Deleuze e Guattari quando consideravano il capitale come “l’impasto informe di quanto è già stato” ma Fisher fa di più e riesce a trovare un legame tra capitalismo e salute mentale a partire dal momento in cui abbiamo accettato la vasta privatizzazione dello stress.

Questo punto, probabilmente, è tra i vertici assoluti del testo. Fisher spiega che, da quando il capitalismo ha considerato la malattia mentale come un problema chimico-biologico, sono cambiate tantissime cose. Innanzitutto il mercato farmaceutico è divenuto estremamente redditizio e le multinazionali farmaceutiche lo sfruttano a loro piacimento spacciando i loro prodotti farmaceutici. La mancata analisi delle cause ha creato una serie di squilibri insanabili. La trasformazione della vita sociale in forme di lavoro e di consumo ha creato una serie di problemi individuali che, col tempo, sono diventati costi, a carico del singolo individuo, creati dallo stesso dio che ha dato l’intrattenimento e il consumo. Solo quando la sinistra capirà che questo è un elemento cardine del discorso potrà ritornare sulla scena politica.  

Siamo perfettamente consapevoli di quel che sta generando il capitalismo ma non siamo in grado di reagire, siamo rassegnati ed è anche colpa dell’industria dell’intrattenimento, soprattutto quando si prodiga in quel che chiama “l’anticapitalismo gestuale”. Fisher ne parla in “Che succederebbe se organizzassi una protesta e venissero tutti” quando parla di Wall-E, cioè di un film che “inscena il nostro anticapitalismo per noi stessi” dandoci ancora la possibilità di continuare a consumare impunemente.

L’ecologia e la burocrazia chiudono il quadro del “realismo capitalista”: la burocrazia pone l’accento sull’inadeguatezza dell’individuo, sulla problematica di non essere abbastanza nel mondo. Solo i meritevoli diventano qualcuno, gli altri sono considerati dalla società pari allo scarto. Questa lotta per la sopravvivenza, a cui Fisher dedica l’ultimo capitolo, crea nell’individuo un conflitto interiore irrisolto.

La questione ecologica, invece, viene trattata ampiamente in “Il capitalismo e il reale” e mostra come il capitalismo possa assumere diverse facciate semplicemente facendo leva sul marketing. Anche in film ambientalisti, come Wall-E, il messaggio che passa è che il capitale può proliferare anche senza manodopera e che l’esaurimento delle risorse può essere solo un intoppo temporaneo. Quest’assunto fa parte di un’ontologia imprenditoriale in cui tutto può essere gestito come un’azienda.

Fisher ci fa capire come la nostra sia un’epoca dell’emergenza cronica dove la violenza potrebbe esplodere da un momento all’altro. Gli uomini sono stati infantilizzati e obbediscono solo alla logica del consumo. Nel momento in cui questa verrà meno, probabilmente, accadrà una rivoluzione e, purtroppo, sarà per le ragioni sbagliate.

 

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