Racconti anomali

racconti anomali

Dal 3 al 5 Novembre Giancarlo Cauteruccio, fondatore della compagnia Krypton, ritorna a Napoli per il trentennale della Sala Assoli con Racconti Anomali . Con questo spettacolo, Cauteruccio intende dichiaratamente fare un omaggio alla Sala Assoli. Questo luogo è, infatti, a lui molto caro, dato il franco lavoro di resistenza artistica svolto dalla struttura in un periodo di così esplicita crisi economica e socio-culturale.
Lo spettacolo inizia con il pubblico che si accomoda in sala fra l’eco di rumori indecifrabili, che si fanno man mano più definibili e chiari. Sono i versi di vecchie canzoni napoletane e frammenti di commedie di Eduardo attraverso cui, fin da subito, il regista-attore si accattiva l’attenzione della platea. Sono canzoni e commedie che Cauteruccio ama e che gli ricordano Napoli perché, dichiara, ‘attraverso di esse ripercorre le meraviglie di questa città’. Pertanto lo ‘spettacolo’ si delinea quasi subito, piuttosto che come una rappresentazione teatrale, come uno strano soliloquio, un’occasione speculativa e dichiarativa della poetica del calabro-toscano. Attraverso un ‘Amarcord’ tutt’altro che felliniano, l’Architetto-Regista parla di molti dei suoi spettacoli e, grazie al ricordo questi, definisce e ricalca, commentando immagini mute tratte da alcune delle sue opere, i punti cardine del suo progetto artistico.

Cauteruccio ci parla così della sua ‘sperimentazione’, considerata come ‘un’anomalia’ nel panorama teatrale italiano, perché priva di una linea specifica. Il calabro-toscano abbraccia il teatro della parola e quello estetico e di superficie, abbandonando l’idea di relegare il teatro unicamente alla ‘filosofia’, ricercandone lo spirito negli elementi fondamentali che lo strutturano: lo spazio, il paesaggio, la luce. Il Regista-Architetto ci racconta dell’operazione culturale di Krypton narrandoci ancora una volta del ‘Teatro’ come luogo tecnologico per eccellenza. Il Teatro tecnologico o ‘di Luce’ , di cui Cauteruccio viene spesso designato come ideatore, è uno spazio che viene da lui inteso non come piattaforma di mera spettacolarizzazione, ma come un spazio scenico di ricerca di una nuova forma di linguaggio descrittivo. La tecnologia è usata, così, per raccontare le criticità e il senso intrinseco della nostra società e sfruttata per trovare una collocazione a temi di forte impatto personale e sociale, come la solitudine e la marginalità esistenziale dell’uomo o per dare voce e intensità ad un’opera attraverso il recupero e l’uso avanzato di una scenografia virtuale. Il Teatro della Luce di Cauteruccio destruttura uno spazio scenico sovrasaturo di segni e supera ‘l’horror vacui’ riappropriandosi di elementi che appartengono alla verità dell’uomo: il silenzio e il vuoto, trasformandoli in elementi dinamici della poesia.

Nella seconda parte, Giancarlo Cauteruccio si sofferma sulle personalità letterarie che hanno segnato la sua vita d’artista: Campana e Beckett. Di quest’ultimo, in chiusura, leggerà un pezzo del L’ultimo nastro di Krapp che portò in scena a Napoli nel 2004, nella stessa Sala Assoli. La seconda parte della performance, seppur tecnicamente debole, risulta certamente più sincera, godibile e fruibile a un pubblico senza memoria del suo lavoro. Infatti, la lettura di celebri passi di Panza, creanza e ricordanza assieme con alcune righe del ‘Ultimo nastro di Krapp’ riportano il soliloquio da una dimensione di ‘conferenza’ a una dimensione finalmente più teatrale di reading che, a tratti emozionante, ha svelato molto della fragilità del regista –attore.

Lasciando la sala, credo non si possa fare a meno, però, di interrogarsi sul senso in questo momento di questa performance. Come mai Cauteruccio ha più bisogno di teorizzarci il suo lavoro piuttosto che mostrarci di cosa è capace il suo genio artistico? Inoltre, non gli sembrano sufficienti le molteplici dichiarazioni poetiche che ha già rilasciato in TV in varie occasioni e che si trovano facilmente su internet? Perché c’è tutta questa esigenza di spiegare l’arte e la propria poetica a discapito dell’azione? Infine, se da una parte la progettualità nel disegno artistico dovrebbe guidare chi fa arte nella composizione e strutturazione del prodotto scenico, dall’altra la comprensione di quest’ultimo e dell’Idea che c’è a monte, non dovrebbe toccare prevalentemente allo spettatore?

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