Queen: i migliori concerti

“Ogni sera devo conquistare il pubblico, altrimenti non si tratta di un concerto riuscito. E’ il mio lavoro, quello di assicurarmi che la gente si diverta. Fa parte della mia missione”.
E’ tutta qui, benchè sintetica, la quintessenza degli show live dei Queen: in queste parole, pronunciate dal suo front-man nel 1985.
Senza voler nulla togliere all’ottimo apporto degli altri tre componenti della band, il vero catalizzatore della scena rimaneva senza dubbio Freddie Mercury. Era l’anima dello spettacolo, in lui le emozioni e l’energia del pubblico confluivano per poi essere nuovamente girate a quelle oceaniche folle in un continuo e quantomai magico gioco di specchi.
Mercury era un instancabile istrione, uno sfrontato animale da palcoscenico dotato, al contempo, di gran teatralità e di arrogante sfacciataggine; gli bastava un gesto per infiammare la platea che era straordinariamente legata a lui in un interminabile flusso di onde. Li teneva in pugno, tutti.
In un certo senso, faceva sì che la musica dei Queen si trasformasse in evento globale.
Ma i concerti del gruppo inglese non erano solo spettacolo; la musica, com’è ovvio, copriva un ruolo fondamentale e quella suonata dai Queen rappresentava un picco difficile da raggiungere. Dal vivo erano grintosi, affiatati, spesso spiazzanti; densi e pieni, grandi interpreti di rock ‘n roll tirato come di acustiche dolcezze.
I Queen da sotto il palcoscenico apparivano come un meccanismo perfetto e abbondantemente oliato, e fu dopo gli show traboccanti adrenalina del 1986 che la stampa inglese gli accordò il titolo di miglior rock band dal vivo. Tutto profumava di qualità e tecnica; Deacon al basso, supportato dall’ottima batteria di Taylor, ricamava trame incalzanti e affascinanti mentre la chitarra dal suono inconfondibile di Brian May tagliava l’aria e illuminava le arene. E poi c’era Mercury, anche in questo frangente una spanna sopra gli altri, dotato di una brillante voce e di una abilità esecutiva fuori dal comune. Componente questa che, in occasione del “Freddie Mercury Tribute” ha fatto rimediare una magra figura a parecchia gente, compresi mostri sacri del calibro di Robert Plant ed Elton John.
Dal chiaro stampo glamour dei seventies ai mastodontici show degli anni ’80, chiunque abbia visto almeno una volta nella sua vita i quattro inglesi dal vivo, può ritenersi una sorta di eletto oltre che mira di invidia da parte di chi, me compreso, vorrebbe tanto avere una macchina del tempo per farsi catapultare indietro; che sia fino all’estate dell’86 in quel di Wembley o all’infuocata esibizione del “Live Aid”, oppure tra la folla immensa del “Rock in Rio” nel 1985, conterebbe poco.
Il progressivo scomparire dei Queen iniziò proprio togliendo ai fan l’ossigeno delle esibizioni live; l’ultimo tour della band è, infatti, proprio l'”A Kind of Magic Tour” del 1986; da allora, causa vera la malattia di Freddie, causa dichiarata la voglia di spezzare la routine album-tour, i Queen, pur rimanendo prolifici in studio, non sono più stati sotto i riflettori relegando la loro musica agli oscuri solchi dei compact-disc.
Esistono decine e decine di bootleg live del gruppo inglese che fanno da corollario alle tre pubblicazioni ufficiali: “Live Killers” (1979), “Live Magic” (1986) e il postumo “Live at Wembley” (1992). I dischi in questione trasudano energia da ogni traccia: mentre gli ultimi due, quasi la fotocopia l’uno dell’altro, sono testimonianza dell’ultimo periodo di attività live dei Queen, il primo resta, nonostante l’opinabile qualità della registrazione, una spanna sopra gli altri. Il motivo è da ricercare nella maggiore imprevedibilità così come nell’aggressività, mentre i pezzi, alcuni a poco a poco cancellati dalle scalette, subiscono interessanti e affascinanti mutamenti. Più anticonformista rispetto ai live della seconda decade, i quali non rinunciarono in diverse occasioni a sonorità maggiormente commerciali, benchè testimonino tuttora la grande potenza live della Regina.
E se all’ascolto gli occhi si bagnano di lacrime, non ci resta che sperare davvero in una macchina del tempo…

Articolo di Luca D’Alessandro (Musicboom)

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