Primal Scream: Bobbie Gillespie, il ragazzo che voleva diventare una star

E’ il 1983 quando i Jesus and Mary Chain pubblicano “Psychocandy”, un album che tra mille polemiche (gemma o spazzatura ?) modifica il tessuto della musica indie UK, facendo gridare la stampa ad un “nuovo punk”. A fianco dei fratelli Reid, incontrastati leader della band, c’è un tale Bobby Gillespie, giovane ed impacciato batterista desideroso di diventare una rockstar.

I Primal Scream “nascono” (le virgolette sono d’obbligo, dato che il progetto girava nella mente di Gillespie e soci sin dall’ 82) parallelamente a questa esperienza nel 1984, subito salutati da critica e pubblico come “la nuova band del batterista dei Jesus & Mary Chain”, accompagnato da un manipolo di valorosi (per il registro: Paul Harte alla chitarra, Robert Young al basso, Tom McGurk alla batteria e Martin St John alle percussioni). Seguono a breve il contratto con la Creation dell’amico Alan McGee, alla quale resteranno legati sino alla fine, ed i primi singoli, ma il gruppo sembra relegato ad un ruolo di secondo piano in una scena indie dominata dalle malinconie di Smiths e Woodentops e dal violento fuzz-punk delle nuove sensazioni del momento: My Bloody Valentine, Loop, e ovviamente J&MC.; Quello dei Primal Scream è infatti un pop candido e pulito, che ammicca fortemente a certa psichedelia UK anni ’60 (versante Byrds) e al lato meno torbido dei californiani Love.
La grande occasione arriva nel 1986: un pezzo dei Primal Scream finisce in una cassetta allegata al New Musical Express e molto appropriatamente chiamata “C86” insieme a gruppi destinati ad un effimero successo (Pastels, Wedding Present) o a scomparire nel nulla (Half man half biscuit). Quella anonima pubblicazione, presto esportata in vinile, avrà tuttavia il merito di aprire la strada al cosiddetto “flower pop”, che produrrà una sfilza di gruppi clonati : Primitives, Darling Buds, Flatmates, in grado di far innamorare le masse, e nel quale il suono dei Primal Scream trova una propria nicchia, nonostante i proclami di Gillespie secondo il quale la sua band “non ha niente in comune con quella robaccia”.

E’ in questo periodo che Andrew Innes e Robert Young portano delle chitarre decenti nel gruppo e i Primal Scream prendono quota: di fronte ad un preciso ultimatum (o di qua o di là), Gillespie saluta i fratelli Reid e si dedica a tempo pieno al progetto Primal Scream.

Il primo album del gruppo ha un titolo eloquente “Sonic Flower Groove” (Elevation, 1987) è un intruglio sixties in salsa pop, con la voce gracchiante di Gillespie a sostenere canzoncine “usa e getta” (Gentle Tuesday, Silent Spring). Niente di particolarmente nuovo, ma uno di quei dischi capaci di rubarvi il cuore. Lo stesso non si può dire del suo successore, “Primal Scream” (Creation, 1989), che amplifica chitarre e sezione ritmica in un confuso richiamo a Stooges e MC5. Nessuno è molto impressionato.

Ma per fortuna i tempi cambiano, e le mode anche. Con l’avvicinarsi della fine deglii ‘80 cominciano a sparire le indie-band da copertina, e da una improvvisata festa ad Ibiza qualcuno esporta in terra d’albione i due ingredienti principali della scena dance degli anni successivi : acid house ed Ecstasy.
Di lì a poco, un innocuo singolo dei MARRS fa imprudentemente esplodere in superficie la bomba del decennio successivo. “House” e “acid” diventano due termini sulla bocca di tutti, il cambiamento è già iniziato.

Gillespie si fa trovare nel posto giusto al momento giusto: presta un brano, “I’m Losing More Than I’ll Ever Have” (da “Primal Scream”) a un Dj londinese, Andy Weatherall, per un remix in chiave dance. Il risultato è “Loaded”, versione trasfigurata dell’originale fra dub, campionatori e groove che al di là del suo intrinseco valore (peraltro indubbio) ha il merito di segnare la vera svolta per il gruppo e per l’intera scena rock/dance inglese.

Nessuno infatti può prevedere ciò che si sta preparando: “Screamadelica” (Creation, 1991) fa tabula rasa di tutto ciò che è successo prima. I Primal Scream dei primi due album non esistono più, ed al loro posto c’è un festival psichedelico di pop/rock misto a dub, techno ed acid house.Una sorta di gospel sotto ecstasy, un disco carico di energia ed ipnotismo. Gli Orb che convivono con il dub di Jah Wobble (PIL) gli Stones in ecstasy , e persino una cover di Roky Erikson, a rendere omaggio al più malato dei guru psichedelici in un connubio di musica “acida” vecchia e nuova. Sin dalle elettrizzanti note di “movin’ on up” si capisce di essere di fronte a qualcosa di diverso.
E’ anche la spinta definitva per l’ingresso in “società” di techno ed house (oggi diremmo “sdoganamento”). Loaded, Higher Than The Sun, Come Together, segnano la strada per il decennio a venire. “Most bands think in black and white, we think in Technicolour” dichiarano serafici alla stampa i Primals.
E poi c’è l’Ecstasy, ovviamente “Ero cieco ma ora ho visto – sono diventato un credente” (Movin’on up), canta un trasformato Gillespie con entusiasmo. Sono gli anni dell’ “E”, è tempo di nuovi guru e il buon Bobby si offre volontario. Le esibizioni live del gruppo, un misto di Dj set e musica rock, sono regolarmente esaurite e regolarmente favolose. Il sogno da rockstar di Gillespie si realizza in una stagione sola.
A gioirne è anche McGee: la Creation firma un accordo miliardario con la Sony, e la sua punta di diamante sono proprio gli ex sfigati di Glasgow (più tardi verranno gli Oasis ad accrescere -di molto- il valore aggiunto della label, ma quella è un’altra storia)
Tuttavia Screamadelica rischia di essere un peso notevole per la band, obbligata a mostrarsi all’altezza di una simile prova. Tutti gli occhi sono puntati su di loro, e il periodo successivo non è facile: si comincia a parlare con insistenza di cocaina, le apparizioni pubbliche si fanno sempre più rare e ad aggravare le cose il tastierista Martin Duffy viene accoltellato in circostanze mai chiarite, imponendo alla band una sosta forzata.

E’ in questo clima che vede la luce “Give Out But Don’t Give Up” (Creation,1994), un netto cambio di direzione, che appare tuttavia fine a se stesso, volto soprattutto a stupire chi si attendeva un nuovo balzo in avanti : è un album carico di funk, che deve molto agli Stones e richiama in tutto gli anni ’70, con tanto di guest star quali George Clinton e i Memphis Horns chiamati a dare credibilità al tutto. Peccato che l’ugola di Gillespie non regga il confronto con quella di Jagger e che l’album sollevi ben pochi entusiasmi.
Un mezzo passo falso insomma (mezzo, chè l’album poi venderà benissimo), ma con il senno di poi un passo necessario per far scemare gli entusiasmi eccessivi e dar modo al gruppo di organizzare al meglio le idee.

E così, mentre gli Stone Roses si dissolvono lasciando in eredità ai Primals il bassista Mani e gli Happy Mondays soccombono all’hype chimico, esce “Vanishing Point” (Creation, 1997), album controverso e per molti versi incompleto che tuttavia ha il merito di ruotare intorno ad un singolo meraviglioso : “Kowalsky” (il nome del protagonista del film di Richard Sarafian che dà il titolo all’album) è il più grande hit della band, è elettronica cupa e tesa, che finisce per attirare remix da ogni dove. La sapienza di Gillespie e soci sta nel far convivere questo pezzo e “Traispotting” (c’è bisogno che chiarisca di cosa si tratta ?) con le influenze sixties, il groove, il funk e persino una cover di “Motorhead”.
Di lì a poco vedrà la luce una versione dub dell’album “Echo Dek”, a cura di Andy Sherwood.

Il resto è storia recente, con le uscite politiche di gillespie contro la famiglia reale e contro l’intervento in Serbia, e con il furore sonico (solo un po’ fighetto) di “XTRMNTR” consegnato ai posteri quale alfiere dei Primals nel nuovo secolo e che chiude l’epopea Creation, la campagna per la liberazione di Saptal Ram e il nuovo “Evil Heat” che dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, che le mode vanno e vengono ma Bobby Gillespie non muore mai. Ma per quello potete leggervi la recensione.

Può essere antipatico, Bobby Gillespie da Glasgow, ma gli va dato credito di essere rimasto un punto di riferimento in una scena musicale che non perdona errori, in continua evoluzione e che per sopravvivere è costretta a rinnovarsi continuamente: proprio ciò che è riuscito a bobby e soci, che lungi dall’essere dei profondi innovatori, hanno saputo cogliere le tendenze e rendersene furbi e capaci interpreti per le “masse”. Non sono molti ad aver fatto altrettanto.

Articolo di Salvatore “Howthy” Patti

Manfredi

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