“Polvere” di Saverio La Ruina al Teatro Civico 14

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Lo spettacolo Polvere di Saverio La Ruina è andato in scena venerdì scorso al Teatro Civico 14 di Caserta; accanto a lui recitava la bravissima Cecilia Foti.

Saverio La Ruina viene da Castrovillari, in Calabria. Gli appassionati di teatro conosceranno questa piccola città della provincia di Cosenza come la sede di Primavera dei Teatri, il festival organizzato, a partire dal 1999, dalla compagnia Scena Verticale sotto la direzione artistica di Saverio La Ruina e Dario De Luca.

Dal canto suo, La Ruina ha meritato due premi UBU nel 2007 per lo spettacolo Dissonorata, come Migliore Attore Italiano e per il Miglior testo italiano.
Nel 2010, con La Borto, arrivano un altro Premio UBU per il Miglior testo italiano e il Premio Hystrio per la Drammaturgia.
Risale al 2012 l’ultimo Premio UBU come Miglior attore italiano con Italianesi.

Quando non sia esclusivamente forza cieca, primitiva sopraffazione fisica, vizioso desiderio di possesso carnale, la violenza si esercita affilando le lame sottili del linguaggio, della persuasione discorsiva, della manipolazione: questa seconda tipologia muove la trama di Polvere, storia di un’amore malato.

«Siediti, parliamone» è l’invito coattivo dell’uomo (Saverio La Ruina) alla compagna (Cecilia Foti), rivoltole con l’intenzione di farle ammettere colpe fittizie, come l’incauto, sbadato spostamento di una sedia, un ritardo a lavoro, le sopracciglia curate che le altererebbero, rendendola ammiccante, l’espressione naturale.

Sottilizzare su questi particolari insignificanti, su cui però l’uomo acuisce l’attenzione, lo sguardo – del resto è un fotografo affermato, abituato a guardare ‘oltre’ la scorza, a ‘vivisezionare’ finanche le immagini più innocenti – vuol dire anche inquisire, cercare falle nel discorso dell’altra, contraddizioni per tenerla in scacco.

E’ evidente, inoltre, la volontà pervasiva di sorvegliarla: in che modo gli sarebbe possibile? E’ un maniaco del controllo, e sa bene che deve circoscrivere il campo visivo dove esercitare questa attività: così le chiede spiegazioni su dettagli minuti, sulla sedia spostata ad esempio, e il resoconto di tutte le esperienze del passato, degli incontri che lei fa a lavoro, del quadro che espone in casa e che istigherebbe all’erotismo, dell’uomo sedutole accanto, in macchina, quando anni prima accompagnava il padre al cimitero.

Maniaco dalla ‘focalizzazione’, l’uomo riduce la donna a oggetto di informazione: difatti chiede spiegazioni, ma non le dà. Pretende che lei si renda visibile al suo occhio occulto, e che ne assecondi, remissiva, l’attrazione per il controllo.

In un rapporto di coppia, questo genere di violenza psicologica può ferire anche in modo più graduale, ma forse tocca corde più sottili dell’anima femminile, e a lungo andare ne annichilisce la delicata sensitività; le angosce e le inquietudini che la generano si introducono attraverso le fenditure, i punti deboli degli interni familiari, ambienti in cui si spera sempre di coltivare sogni di quiete, di trovare un rifugio psicologico, luoghi a fatica mantenuti tersi ma nostro malgrado esposti alle polveri sottili che ne anneriscono le superfici un tempo imbiancate.

La vittima soccombe giorno dopo giorno di fronte all’abile perizia argomentativa del carnefice, ammette sommessamente i propri errori e, riconoscendosi di volta in volta colpevole, finanche nei più banali alterchi quotidiani, perde fiducia in sé, si lascia lentamente opacizzare dalla ‘polvere’ invisibile che ne ammanta di grigio anche l’animo, prima estroverso, variopinto, poi improvvisamente ingrigito, invecchiato.
Il carnefice, dal canto suo, scopre di essere in balia di un’ossessione di gelosia crescente, totalizzante, divorante.
La sua è una lucida arroganza, perfino consapevole dell’autorità che esercita, degli imperativi che impone.
Prima ancora di esporsi, di uscire fuori con tutto il carico umiliante della retorica dell’accusa contro la donna ‘falsa e traditrice’, lui, il carnefice, sovreccitando la psiche, passa e ripassa attraverso i cerchi infiniti di un ragionamento: è un rovello sempre solitario, sempre lo stesso, che gli mormora dentro, estenuandolo, che ne infiamma il sottosuolo psichico e che, prima o poi, degenererà in ossessione.

Questo, in sintesi, il circuito patologico di carnefice-vittima tracciato da La Ruina in Polvere, una partitura con poche suggestioni poetiche, nessun effetto spettacolare. Il racconto si articola in frammenti narrativi, mentre le voci si scontrano flebili, delicate, niente urla o mimica esasperata; piuttosto che gli effettivi regressivi della violenza, il racconto ha scelto di far vedere le inquietudini, le corde tese che la generano.
Qualsiasi tipo di sovrapposizione estetica più in rilievo, dunque, avrebbe forse aggiunto elementi ausiliari, diluendo la densità del contenuto etico e civile dell’opera.

“Abbracciamoci e tutto passa…”, le ripete alla fine il protagonista, suggerendo l’idea di un rituale del perdono che consente a lui di espiare le proprie colpe e a lei, ancora una volta, di farsene carico.

 

Visto al Teatro Civico 14 il giorno 10-02-2017

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