Polittico del silenzio: la liturgia dell’essere di Tino Caspanello

Polittico del silenzio

Polittico del silenzio pubblicato dalla casa editrice umbra Editoria & Spettacolo nella collana Percorsi, è la raccolta di tre testi teatrali in italiano di Tino Caspanello, drammaturgo messinese, rappresentante di spicco dell’innovazione della drammaturgia tradizionalmente intesa. Molto amato da pubblico e critica, il teatro di Caspanello si muove tra la lingua italiana, quella francese ed il dialetto messinese instaurando, sin dall’inizio della sua produzione, un rapporto viscerale e fortemente devoto con la lingua intesa come sistema onnicomprensivo di segni e significazioni.

Ecce Homo, Kyrie e Agnus sono esempio esaustivo di questo suo percorso profondo all’interno della lingua, un trittico della significazione che assume il silenzio come nucleo centrale in espansione, nodo attraverso il quale si irradia il significato della quotidiana esistenza. Silenzio non inteso come assenza di parola ma come processo di creazione della realtà. Silenzio è luce e tenebre, è paura, è ambiguità, è mistero. Silenzio è anche il tempo, del qui ed ora, del passato che scandisce lo scorrere del quotidiano, lento ed inesorabile, lasciando aperta all’immaginario collettivo una visione molto chiara sullo stato di desolazione dell’anima, del mondo. In questo silenzio vibra anche l’amore, un amore stretto nel ricordo di quello che fu, ormai rotto, un frammento piccolissimo di vetro penetrato nel profondo del dramma dell’incomunicabilità.

A riempire lo spazio vuoto lasciato dal nucleo solido del silenzio è la parola, liturgia del vivere quotidiano. La parola come divenire dell’uomo: azione collettiva o del singolo, essa riempie, attraverso respiri appena percepiti o mediante urli feroci, lo spazio attorno. È protagonista del silenzio assordante delle vite. È una vera liturgia, verbo che scandisce i tempi della scrittura drammaturgica, balzata dal coro inquisitorio al monologo, lasciando il lettore lentamente sommerso dalla forza dominante, ma anche dominata, della parola che segna il tempo attraverso diversi stati.

In Ecce Homo, dialogo dall’ambientazione kafkiana, tra un Imputato, di cui non ci è dato sapere il presunto crimine commesso, tre Giudici ed una Guardia, la parola ed i relativi significati vengono riempiti, svuotati, allentati all’interno di un coro a cinque voci dove tutto è il contrario di tutto e dove la verità è paura che spazza via tutto, il bianco e il nero, il mondo, la follia, la saggezza, la rabbia, il dolore, la gioia. Tutto sospinto e sommerso dalla lunga litania di parole che diventano suono, un unico suono. Questo coro polifonico diventa in Kyrie un dialogo lento a due, un uomo e una donna che usano il silenzio come surrogato delle difficoltà comunicative nell’ambito delle relazioni intime, di coppia. Un uomo e una donna che rievocano pedissequamente un ricordo o la ricerca di un ricordo, di una vita vera o immaginaria che guadano dal di fuori, come riflessa in uno specchio, perdendosi in un tassello mancante. Come un cerchio che si chiude, si arriva a Agnus, una passaggio di consegne tra una sfera “pubblica” che vede il coinvolgimento di più voci, ad una “intima”, il singolo e la massa, l’attore ed il pubblico. Un pubblico silenzioso perché sconfinato come la mente umana.

La distruzione del senso, il piegamento della significazione sono evidenti in ogni singola battuta. Inafferrabili e dilatati sono i tempi della narrazione che hanno il pregio di tenere sempre alta l’attenzione del lettore. Questo linguaggio teatrale costruito nel corso del tempo da Caspanello non isola ma rende cosciente chi si imbatte nella lettura dei sui scritti: un evidente senso di estraniamento dal mondo, oltre che da se stessi, non solo sintomo di un progressivo deterioramento dell’uomo, ma piuttosto presa di coscienza rispetto al divenire degli eventi. L’uomo avvolto nella nube tossica del suo tempo trova nel silenzio nuovi spazi di significazione dove luce ed ombra, vita e morte, sono sullo stesso piano.

“Ci cancellerà tutti, uno dopo l’altro.
Tutti?
Tutto?
Questo….questo corpo?
Si.
Questa stanza?
Anche.
Le mani?
Gli occhi?
La bocca?
Tutto.
Mi fate paura.
Anche quella.
Cosa?
La paura. Via, anche quella.
Via, sì, via tutto. Lo spazio, la paura del vuoto, il vuoto…”

 

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