Play Duett al Teatro Civico 14

Play-Duett

 

Accade spesso che Spazio X accolga gli attori e il pubblico nelle ore che precedono la messa in scena dello spettacolo, creando così l’occasione di un confronto, durante il quale l’attore discute sulle pratiche adottate, rivela aneddoti sulle traversie del percorso formativo, sugli incontri decisivi e illuminanti, sulle occasioni mancate, su quelle colte ‘giusto in tempo’, e il pubblico, di fronte, interagisce con domande, saggia percorsi artistici sempre sorprendenti, acciuffa al volo piccole schegge di esperienze individuali vissute dentro il mondo variopinto del teatro: si sa, un universo brulicante di ‘vite’ appassionate e appassionanti.

Era già accaduto con Roberto Latini e Licia Lanera; l’ultima volta invece l’evento si avvera con gli attori e autori di Play Duett, Tonino Taiuti e Lino Musella.

Proponiamo qui di seguito alcune loro riflessioni, condivise, appunto, con il pubblico di Teatro Civico 14: serviranno a comprendere di più lo spettacolo Play Duett, che va in scena dopo l’incontro.

«Tonino Taiuti è un attore d’avanguardia, io di vecchi tempi»: sono le parole di Musella che riassume così, con efficace formula, i reciproci, differenti ambienti culturali di provenienza.
Anche in Play Duett dialogano, si confrontano e si affrontano due generazioni che hanno in comune soltanto un repertorio assortito di tradizione teatrale napoletana e la parola energica, corrosiva, del dialetto.

Prima dello spettacolo Taiuti si racconta; lo fa con una simpatia che riduce le distanze fra lui e noi di fronte.
Ricorda di aver iniziato il teatro con Neiwiller negli anni in cui porta i capelli lunghi, è un figlio dei fiori, e di aver partecipato con entusiasmo alla vitalità culturale di Napoli negli anni Settanta e Ottanta: in quel decennio il teatro di tradizione partenopeo vive una nuova giovinezza, grazie ai fermenti creativi della post-avanguardia o ‘seconda avanguardia’ (che nasce sulla linea di continuità diretta con l’avanguardia ‘storica’ di primo Novecento) che lo scompaginano, consentendone una rilettura in chiave contemporanea.
Taiuti spiega anche di non aver scelto calcolatamente il teatro, ma di averne subito il fascinoso e incantatore richiamo, e seguito istintivamente le tracce lungo un sentiero naturale, ovvero non contaminato dall’interesse del successo, della fama, ma irrorato invece dalla passione, da una propensione innata, dalla vivacità sperimentale: a questa stessa vivacità, il più delle volte, è consentita l’espressione soltanto al di fuori dei circuiti ufficiali, dunque in spazi ridotti, nei teatri off precisamente che, restando estranei alle logiche di mercato, versano spesso in situazioni difficoltose, una fra tante è l’accoglienza di repertori dalla circuitazione non garantita né facile. Di questa circostanza, che continua tristemente a persistere, i due attori parlano con insistenza, non mancando di esternare un certo rammarico per gli effetti di ristagno culturale che determina.
«Io ancora oggi non entro negli Stabili», confessa Taiuti, a chiusura del tema.

In quel decennio, dunque, il cammino di Taiuti, sempre più consapevole, verso gli immensi spazi e le infinite possibilità del teatro sperimentale, incrocia sì le istanze di rinnovamento del teatro dadaista, futurista, e delle avanguardie storiche, ma segue ostinatamente la rotta della tradizione: difatti, confessa, essa agisce in lui spontaneamente, riaffiora dal fondo arcano della memoria culturale, lo avvicina dapprima alla maschera di Pulcinella con la quale tutto ha inizio, e nel 1975 lo conduce verso il Don Fausto di Petito.
Il doppio sguardo di Taiuti, acuito senza altro dall’insegnamento di Neiwiller, gli consente di porsi al cospetto della tradizione teatrale con la sensibilità dei moderni, o meglio dei post-moderni, e con il suo portato di tensione innovatrice.
Un ultimo accenno alla sua biografia artistica: oltre alle collaborazioni con Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Silvio Orlando, ricorda altresì la passione per la musica, per il free jazz in particolare. Si compiace di non averne la competenza tecnica, di non conformarsi alle grammatiche del suono; di essere piuttosto un improvvisatore e – noi aggiungeremmo – un esploratore di linguaggi artistici, un ‘artista d’avanguardia’, appunto, come dice di lui Musella.

Dall’altra parte, Lino Musella è sintetico ma efficace. Pochi i riferimenti alla sua storia artistica, tra cui, imprescindibile, il cenno al lavoro svolto con Paolo Mazzarelli per la compagnia Musella-Mazzarelli, costituitasi nel 2000, al tempo in cui i due attori frequentano la Scuola Paolo Grassi a Milano.
Menziona poi il Premio Hystrio alla drammaturgia vinto dalla compagnia il 18 giugno 2016 con l’ultimo spettacolo Strategie finali; con altrettanta discrezione Musella ricorda la vittoria del Premio Le Maschere del teatro 2014 come miglior attore emergente nello spettacolo La Società.
Pochi accenni alle scritture messe in scena con Mazzarelli e concepite, ideate come lavori totalmente condivisi (Due cani, Figlidiunbruttodio, Crack Machine, La Società).

Musella ci racconta di ‘un’ lui “ancora ragazzo” intento a imparare, osservandolo, il lavoro dei grandi: dei grandi attori e registi come Antonio Latella che ha riscritto Natale in casa Cupiello assegnando proprio a lui, Musella, il ruolo del figlio Tommasino insofferente a soddisfare con un “si” la richiesta del padre «Te piace ‘o presepe?».

Seguono altre dichiarazioni: «Ci siamo incontrati su Viviani, l’intesa è stata sulla lingua»; «Lavoriamo sul nulla, ispirati da Beckett: non c’è sempre una logica»; «Facciamo scrittura di scena, che nasce da quello che si produce. I testi diventano un pretesto».

Le precedenti dichiarazioni descrivono la teoria che presiede alla costruzione di Play Duett, uno spettacolo argilloso, rimodellato ad ogni occasione scenica («Play Duett è uno spettacolo che ci sfugge dalle mani», dichiarano) la cui narrazione non è letteraria, ma ‘canovaccesca’, anarchica, traballa ondivaga tra i vuoti ricreati dalla scrittura di Beckett (“È finita, sta fernenn’…”) e le piene incontenibili della parola-corpo di Viviani; tesse  un fragile, irregolare ordito di dialetto, citazioni, gesti, musica, sguardi, silenzi; appronta una barriera difensiva di fronte “all’angosciosa incertezza in cui siamo immersi” (Artaud).
Sulla trama dei richiami poetici sono intricati brani tratti dalla Cantata dei Pastori di Viviani, dal Don Fausto di Petito, dalla Petrosinella di Gian Battista Basile, dai Sonetti, tradotti in napoletano, di William Shakespeare, dall’Indifferentemente di Mario Trevi; scorre tra i fili dell’intreccio il sangue caldo del dialetto napoletano, che prende corpo, forma sulle labbra dei due attori, e da lì rimbalza, danza.

Un altro elemento costitutivo dello spettacolo è la conciliazione di tradizione e avanguardia: Play Duett difatti armonizza gli opposti – Beckett e Viviani, libera oralità e rigoroso testo, tradizione e sperimentazione – e facendolo, descrive il teatro così come dovrebbe essere, cioè “dominio del Possibile” (Enzo Moscato).

Questo teatro è giocato anche con le forme del varietà e della Commedia dell’arte: il duetto, su cui il titolo suggerisce di focalizzare l’attenzione, richiama infatti la dualità dei comici delle scenette d’avanspettacolo, rimanda al “sistema binario” – di Zanni e Pantalone, del clown bianco e del clown rosso – descritto da Jurij Alschitz come «unione dialettica di due poli opposti, ma strettamente correlati l’uno con l’altro» (J. Alschitz, La matematica dell’attore).

La musica di Marco Vidino è materiale sonoro vivente che entra nell’intreccio scenico, nella composizione di colori, gesti, sguardi, e fa teatro, così come la lingua.

Gli attori. Uno di fronte all’altro, giocano manifestamente a fare gli attori con travestimenti a vista, ammennicoli di scena vari; si divertono a rimbalzarsi i racconti per sospendere il tempo, per esorcizzare la fine, come Hamm e Clov in Finale di partita.
Recitando, accendendo candele, fumando sigarette e scoppiando palloncini fermano sul palco un istante, la dimensione che sfugge al tempo ed è solo presente, è tutti i presenti che la scena contiene e che il teatro perpetua.

 

Visto il giorno 18-02-2017 al Teatro Civico 14

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