Pat Metheny & Ron Carter: la storia del jazz all’Arena Flegrea

Arena Flegrea - Pat Metheny e Ron Carter foto: Roberto Della Noce

Arena Flegrea – Pat Metheny e Ron Carter
foto: Roberto Della Noce

Pat Metheny torna in Italia, questa volta insieme a Ron Carter, dopo la partecipazione al Festival Tener-a-mente, l’11 luglio, presso il Vittoriale degli Italiani, che li ha visti insieme per la seconda volta. Metheny e Carter, infatti, avevano suonato insieme solo una volta allo scorso Detroit Jazz Festival e dopo la serata all’Arena Flegrea continueranno il loro tour europeo.

Pat Metheny, che ha vinto 20 Grammy e più di 20 milioni di dischi venduti, di cui 3 dischi d’oro, è stato il fondatore del Pat Metheny Group insieme al tastierista Lyle Mays nel 1976. I due sono riusciti a dimostrare che il jazz può raggiungere un ampio pubblico, senza diventare ‘commerciale’, grazie anche alle influenze della musica di tutto il mondo, soprattutto quella sudamericana.

Ron Carter è un veterano della musica mondiale; nel 1963 entrò a far parte del quintetto di Miles Davis, dove rimase fino al 1968, insieme ad Herbie Hancock e Tony Williams.

Vederli insieme è stata un’occasione unica. Il concerto comincia alle 21.30 con tre brani eseguiti in solo da Pat Metheny a cui, poi, si affianca Gwilym Simcock, un pianista jazz capace di reinventare la melodia con frequenti cambi di ritmo e una notevole abilità improvvisativa. Metheny si trova a suo agio e snocciola una serie di suoi classici animando il pubblico napoletano, che gli ha riservato una calorosa accoglienza.

Dopo quaranta minuti è il turno di Ron Carter e Pat Metheny che, insieme, hanno eseguito standard presi dalla tradizione jazz riarrangiandoli in maniera superba. Si parte con Manha de Carnaval di Luiz Bonfa, rallentata e distesa per permettere a Carter di dare rotondità alla melodia, per poi proseguire con My Funny Valentine, con la linea di basso che accenna a “It don’t mean a thing” di Duke Ellington, e un omaggio a Sonny Rollins con “St Thomas” in una versione fedelissima. Bis in trio e secondo bis in solo con “And I love her”.

Un’ora e quarantacinque di storia del jazz reinterpretata secondo i cromatismi di un Pat Metheny più contenuto e meno barocco e le geniali variazioni di tema a cui ci ha abituati Ron Carter.

 

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