Pas à deux

25 rose dopo

Pas a deux porta in scena per il 30ennale della Sala Assoli di Napoli un viaggio nei ricordi, lì dove tutto ha avuto inizio, accompagnati da un’appassionata Cristina Donadio ed Enzo Moscato, magnetico, ironico, simbolo assoluto di un nuovo teatro di poesia. Due spettacoli, due momenti destinati ad incrociarsi, il cui allestimento è curato da Tata Barbalato, che saranno in scena dal 2 al 6 dicembre 2015.

Da questo tempo e da questo luogo. 25 rose dopo.

 

Il buio avvolge la sala. La scena brilla. Due triangoli illuminati da piccole lampadine solcano il pavimento. Ali piumate di angelo in un angolo. Nell’altro un abbozzo di manichino indossa una giacca. Alla sua sinistra un altare illuminato, un inginocchiatoio. Silenzio tutto intorno, si sentono solo le onde del mare. Sdraiato un uomo vestito di scuro, immobile, respiro impercettibile. A passi lenti, trascinati, una donna entra in scena. Vestita di pizzo nero, tacchi importanti, veletta sul volto, un fascio di rose rosse tra le braccia. Lentamente si porta verso l’altare. Bacia le dita e le poggia sul muro quasi ci fosse una fotografia in quel punto. Adagia i fiori, 25 rose rosse, sull’altare. Ancora silenzio, solo l’infrangersi delle onde del mare a cullare il dolore dell’anima. Cristina Donadio inizia così il racconto del suo viaggio, del suo triangolo, iniziato la sera del 29 settembre 1986 quando Annibale Ruccello, suo amico, e Stefano Tosi, suo amico-marito-compagno-complice, perdono la vita in un incidente stradale, a soli 29 anni, di ritorno da Roma dove entrambi si erano recati al Ministero dello Spettacolo in cerca di sovvenzioni per le loro compagnie.

Con questa rappresentazione la Donadio fa pace con se stessa e con chi l’ha lasciata. Il suo amico, che in seguito al drammatico incidente viene riscoperto e valorizzato come una delle voci più interessanti del teatro italiano della seconda metà del XX secolo, e il suo eterno compagno, spesso messo in angolo, quasi dimenticato, schiacciato da una morte per certi versi più rilevante. Fa pace finalmente, lasciandosi alle spalle gli occhi bassi con cui per molto tempo ha guardato  il mondo, perché arrabbiata, vuota, sola. E la riappacificazione avviene attraverso questo triangolo di vita, che tiene magicamente uniti tutti e tre: il teatro, lo spazio senza tempo e senza luogo di questa dimensione ultraterrena, onirica, dove il rapporto tra i tre si stringe e si allenta.

E i sogni ricorrenti, costanti sono il mezzo di questa comunicazione. Li sogna spesso entrambi, uno mentre passeggia vestito di scuro sul bagnasciuga cantando canzoni americane, l’altro seduto, sempre vestito di scuro, a guardare il mare e lei in un angolo ad osservarli. E, per un momento, sembra di vederli tutti e tre. Il racconto è così profondo e reale che sembra quasi di vederli lì, avanti ai nostri occhi. Rabbia e dolcezza si alterano in scena. Dolcezza per Stefano, il dimenticato, e rabbia per Annibale, il ricordato, ma anche rabbia per l’impossibilità e l’incapacità di interpretare i suoi testi, al punto che le parole sembrano bloccarsi in gola.

In questo vortice di dolore e rabbia Stefano intercede nella riappacificazione della sua compagna col suo amico e, finalmente, Annibale si alza e danza, canta, parla attraverso i suoi eterni personaggi: Jennifer, Anna, Ida, Clotilde, con la gestualità forte, il linguaggio carico della Napoli che racconta. In questo universo parallelo, fatto di ricordi, suoni, parole, la dolcezza di un’amore, che non ha avuto il giusto tempo, apre un varco nel muro sordo del dolore: Cristina e Annibale sono uniti, ballano assieme, indossando la giacca Stefano e la voce di lei non più è imprigionata ma libera di interpretare Jennifer, definitivo omaggio alla prosa ruccelliana,  consacrazione definitiva del sodalizio teatrale e personale tra i tre ma sopratutto purificazione e perdono eterno.

Cristina Donadio è drammaticamente intensa. Il suo intimo delirio toglie il respiro, porta lo spettatore a guardare attraverso i suoi occhi, a percepire sotto la pelle il suo dolore, il suo importante rammarico. L’epilogo finale, salvifico, puro, congela l’attimo in una dimensione senza tempo dove tutto è possibile, anche far pace coi propri fantasmi.

Ideazione e regia Cristina Donadio

con Cristian Donadio e Luca Trezza

abiti Alessio Visone

aiuto regia Teresa di Monaco

Cartesiana, 30 anni dopo…

di e con Enzo Moscato

Il buio ritorna in scena. Una musica di sottofondo accompagna l’ingresso in scena di Enzo Moscato, che canticchia seguendo l’andamento della melodia. Occhiali scuri, collana luminosa al collo. Si muove, con la sua gestualità carica, forte, profondamente napoletana. Il pubblico in sala sorride e si prepara ad accogliere il suo dono. Cartesiana è una delle rappresentazioni più estreme della drammaturgia di Moscato, fortemente connotata da un punto di vista linguistico dal napoletano, variegato nelle sue forme, dal barocco a quello dei bassifondi dei quartieri della città, che fa da base a plurime influenze con prestiti dal francese, dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco. Un vaso di pandora che aperto si plasma sulla forza del napoletano da cui assorbe vivacità e valori espressivi.

Cartesiana è il racconto dell’epica traversata di tre trans napoletani, Cartesiana, Miss Inciucio e Cha Cha Cha alla volta dell’iberica Azuléjos, un viaggio/pellegrinaggio per la consacrazione medico/definitiva della loro identità sessuale presso una clinica/santuario dove monache e santoni, medici ed infermiere, si fondono e si confondono in un racconto delirante, coinvolgente e ricco di risate che travolgono la sala. Cartesiana, nelle vicende delle nostre tre protagoniste,  fa il verso alla cultura occidentale, nella sua accezione più classica, dove tutti, filosofi, mozzi conduttori della traversata marina, medici, gente comune si ritrovano e, depauperati della loro canonica veste, vengono gettati nel vortice narrativo scompaginando qualsiasi giudizio sancito come culturalmente acclamato perché prodotto dalla mente umana attraverso dei paletti costruiti ad hoc.

Dal 1988, anno in cui per la prima volta Moscato presentò quest’opera a Roma al teatro Trianon, nulla sembra essere cambiato nella presa sull’animo umano. Nel suo sfogo contro tutti, sarcastico, delirante, forte, il pubblico resta sempre fortemente estasiato dalla presenza e dal coinvolgimento di quest’uomo che, solo in scena, catalizza l’attenzione fino alla fine. Anche quando, per chiudere il triangolo, sulle note de I maschi di Gianna Nannini, rientrano in scena Cristina, Stefano e Annibale, ed insieme brindano, lì dove tutto ha avuto inizio e dove c’è un nuovo inizio.

 

 

Sala Assoli

vico Lungo Teatro Nuovo, 110

081 19563943 – botteghino@salaassoli.it

2,3,4 e 5 dicembre ore 20:30

6 dicembre ore 18:00

Prezzo: intero 12€, ridotto 8€

 

 

 

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