Paradisi minori, una raccolta di racconti pieni di tenera compassione

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“Ero furiosamente viva.”

Davvero interessante questa prima raccolta di racconti di Megan Mayhew Bergman, Paradisi minori (titolo originale Birds of a Lesser Paradise), appena tradotto in Italia da Gioia Guerzoni per l’intrigante NN Editore (sì, sì, quella di Kent Haruf). La splendida copertina è dell’artista Anita Inverarity, una scelta lunga e complessa di cui si può seguire lo sviluppo nell’articolo pubblicato dalla NN sul proprio blog.

La prima cosa che si nota di questi racconti, leggendoli, è che sono delicatissimi. Non per tematiche: si parla di vita, morte. Domande esistenziali senza risposta accompagnano il tragitto di queste anime; donne ferite e che si sentono perennemente in colpa (verso figli, mariti, amanti, genitori), madri assenti, relazioni insignificanti e deludenti.

“Io guardavo un cuore piccolo ma veloce battere tra le costole sfocate di nostra figlia. Spero che non ti si spezzi mai, dissi, anche se sapevo che si sarebbe spezzato eccome, mille volte.” 

Eppure, su tutto, c’è un velo di comprensione, di tenera compassione. Nessuno viene incolpato, nessuno fa davvero del male. Le persone sono quelle che sono.

Le persone sono animali. Sotto le cravatte di seta e le camicie stirate, sotto i folli discorsi, sono animali.

La Natura appare in ogni racconto, come un aspetto complementare dell’uomo. Una natura che è specchio della sofferenza umana.  Una natura che prova compassione per noi, i suoi figli alla ricerca perenne di un senso che non troveranno. Figli dallo sguardo simile a quello di certi cani tristi, simili a quelli di una balena che si trascina fino a una spiaggia per morire.

Ci sono luoghi che non ci appartengono, fa dire la Bergman a uno dei suoi personaggi che si trasferisce in città – e lei lo sa bene: vive in una fattoria nel Vermont, e conosce in modo eccezionale il mondo naturale.  Le metropoli, le località colme di persone, sono sempre descritte come incubi stracolmi di figure.

Una natura, tuttavia, non sempre benevola. Basti pensare al racconto di una donna a cui viene reciso, per via di un lupo, il labbro superiore, restando così sfigurata, orribile. Arriverà quasi a perdere tutto, per via della sua vanità. Pensa di non meritare più nulla, senza la sua bellezza. E qui il senso: non è la natura a rovinare una vita. Non esistono promesse né obblighi. Non è lei a farci del male. Al massimo possiamo farcene attraverso lei. Ma il problema siamo noi, sempre e soltanto noi. E non possiamo fuggire da questo.

Il primo racconto, Le arti della casalinga, è forse il più commovente. La madre di una donna muore d’improvviso. Resta di lei soltanto ciò a cui più voleva bene al mondo: un pappagallo, Carnie, che finisce in uno zoo. La figlia non l’aveva voluto, lo detestava, lo riteneva fastidioso e rivoltante. La donna e sua madre, pare, non erano mai state in buoni rapporti, i loro dialoghi erano tesi, nervosi.

Carnie è eccezionale nelle imitazioni. Riesce a modulare la voce fino a renderla pressoché identica a quella di alcune persone. Tra cui la sua padrona. La figlia, allora, capisce che tutto quello che resta di sua madre è quella voce. L’unico modo per poterla risentire. Per poterla avere di nuovo accanto. Carnie è più vicino a sua madre di quanto lei sia mai riuscita ad essere. E darebbe ora qualsiasi cosa, qualsiasi, per risentire dal volatile, per l’ultima volta, la sua voce.

“Posso spegnere il mio cuore quando voglio, aveva detto.

Per anni le avevo creduto.

Ma ora so qual è la verità. La verità è che siamo pazzi, malati d’amore, tutti quanti.” 

Si dice che oggi le balene cantino in toni più bassi.

Megan Mayhew Bergman, però, riesce ancora ad ascoltarle.

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