Paola Abenavoli: rivediamo il rapporto teatro-scuola

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Paola Abenavoli è una giornalista, critico teatrale e cinematografico e una storica della tv. Scrive su Culturalife e su Sudsigira, due riviste online di settore.

 

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo lei, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

La crisi del teatro (intesa, appunto, come nella vostra domanda, come crisi culturale, più che di pubblico, che pur sembra popolare nuovamente i teatri – ma occorre chiedersi in che modo, perchè, per vedere cosa) può essere, più che generazionale, d’identità ed anche di opportunità. Generazionale solo se paragonata a periodi di grande fervore creativo, di impegno politico ed intellettuale, che oggi continuano ad esistere, ma probabilmente frazionati, isolati, molte volte non legati da visioni comuni che possano diventare riferimenti, punti di svolta, movimenti di innovazione. Dunque, il discorso generazionale è più legato ad una crisi di identità, o meglio ad una “solitudine” creativa, a percorsi isolati che, spesso, poi, per innegabile mancanza di opportunità, di un insufficiente sostegno (non solo economico), rischiano di non svilupparsi, di restare ipotesi, proposte, spunti interessanti, che – purtroppo – restano solo abbozzati. Ed è un peccato.
Il tutto, poi, si inserisce in un momento di generale crisi culturale che, per riprendere quanto detto da Musella-Mazzarelli, sta riguardando tutto il settore culturale e la società in generale.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Forse è così. Ma questo dato si lega inevitabilmente all’analisi precedente: è come se la mancanza di una “scuola”, di riferimenti nuovi, dai quali poi anche allontanarsi per diventare altro; la mancanza di identità e di opportunità; portasse poi a non riuscire a sviluppare pienamente pur buoni spunti. Non mancano i giovani autori, non mancano le innovazioni, non mancano i talenti: ma spesso si sente la mancanza (o probabilmente non ha la possibilità di esprimersi pienamente) di qualcosa che sia “decisivo”, “indispensabile”, “incisivo”, una voce (o più voci) che si alzi sulle altre, che abbia anche l’opportunità di lanciare un nuovo percorso. O tanti nuovi percorsi, come sta accadendo nel settore cinematografico.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Paradossalmente, nonostante quanto detto in precedenza, la funzione sociale del teatro sta crescendo negli ultimi anni. Sta forse tornando alle sue antiche funzioni: l’interesse che oggi riesce a riscuotere nei giovani è probabilmente sintomatico di una necessità espressiva ed aggregativa che le nuove generazioni avvertono sempre più forte. Al teatro, come ad altre forme artistiche, si chiede sempre più di fotografare l’oggi, il disagio, di indagare sempre più l’animo umano, come peraltro nella sua natura.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Una cosa non esclude l’altra, pur se attendere qualcosa di forte come la manna dal cielo o la soluzione di tutti i problemi potrebbe creare immobilismo. Tuttavia, penso che tutto il fervore di idee di tanti giovani gruppi – che potrebbe rischiare, come si diceva, di restare confinato e di non riuscire ad esprimersi pienamente – se avesse adeguato sostegno e se si rompessero steccati che spesso vengono posti (la mancanza di confronto – che a volte si avverte – tra addetti ai lavori ed una chiusura in se stessi che a volte argina la crescita complessiva del teatro), potrebbe essere artefice di un rinnovamento, che potrebbe passare anche da un’idea forte, innovativa, che certamente al momento manca.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

Il sostegno (non solo economico, ma visto nella più ampia ottica di attenzione alle linee di sviluppo e culturali) dello Stato verso le arti in genere è insufficiente, e verso il teatro lo è ancora di più. E questo non fa che indebolire l’aspetto creativo di compagnie costrette ad occuparsi di produzione, marketing, ecc.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo lei.

Creare un sistema che superi la “semplice” ospitalità, ma che si basi su vere sinergie tra mondi teatrali affini, che serva a superare steccati, anche tra nord e sud (dove c’è una grande vitalità ma da dove è ancora difficile far partire nuove idee, riuscire a farle affermare, spesso anche a causa di una minore visibilità).
La seconda azione, forse a mio parere la più importante, è quella relativa alla formazione del pubblico, all’educazione al teatro: rivedendo profondamente, innanzitutto, il rapporto teatro-scuola, che è naturalmente più facile identificare solo con la realizzazione di uno spettacolo (perché coinvolge di più i giovani; tanto che anche nel presentare gli ultimi provvedimenti del Miur, pure nel settore cinema, si è evidenziato maggiormente il riferimento a produzioni). Occorre pensare alla formazione dei giovani come spettatori, prima che attori; all’educazione alla visione, ma anche alla conoscenza del teatro, delle opere e della messinscena. Aspetto che manca oggi, quasi totalmente.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

I classici avranno sempre un senso, in quanto tali. Il loro significato travalica il tempo; sulla loro messinscena, sul tipo di trasposizione teatrale, si può discutere. Trovare nuove forme di messinscena, che tuttavia mantengano intatta l’essenza, il valore dei classici e la loro forza che, proprio in quanto classici, resta immutata, non solo può essere importante per un rinnovamento teatrale (che dai classici e dalla loro lezione non può comunque prescindere), ma è anche essenziale per una formazione del pubblico più giovane. E dunque per il futuro del teatro.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

Non credo. Anche perchè – se si intende nel senso di una “dittatura culturale” – oggi c’è una grande interazione tra arti, tra linguaggi scenici.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

Più che trovare un punto in comune (in quanto, comunque, il pubblico va sempre stimolato, sorpreso…ma anche il critico!), è necessario un ascolto tra le parti, un confronto, per far sì che non ci sia, come a volte succede, una grande distanza, uno scollamento tra le parti stesse. Perchè, indubbiamente, se il teatro non riuscisse a parlare al pubblico, a coinvolgerlo, anche mettendo in discussione le sue certezze, allora la sua funzione inizierebbe a venir meno: senza, però, tradire se stesso per inseguire gli spettatori. Nello stesso tempo, tuttavia, occorre una formazione maggiore del pubblico (che passa anche dalla funzione della critica, continuando ad interrogarsi, magari, sul suo ruolo oggi).

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

(sul pubblico, ho risposto in precedenza)

 

Extra:
La situazione teatrale nei prossimi 5 anni

L’augurio è che possa esserci un nuovo percorso, di rinascita, come sta accadendo nel settore cinematografico. E, dati i rapporti sempre più stretti tra le due arti, negli ultimi tempi, c’è da augurarsi che ciò possa accadere, senza snaturare, ovviamente, le peculiarità del teatro.

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