Numero Primo – Studio per un nuovo Album, un Marco Paolini inedito

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Dal 9 al 13 novembre andrà in scena al Teatro Nuovo di Napoli Numero Primo – Studio per un nuovo Album di Marco Paolini.

Un Paolini inedito con un testo incompleto. Esatto, perché quello che porta in scena non è altro che una bozza di un progetto molto più ampio, non una storia fatta e finita. Un lavoro che solitamente precede l’allestimento scenico di uno spettacolo. Anche questo infatti viene meno. Non si ha l’impressione di assistere a qualcosa ma di essere parte della messinscena stessa. Marco Paolini avanza con disinvoltura verso il pubblico anche se le luci in platea sono ancora accese, e non saranno mai spente del tutto. Una riflessione a voce alta, un dialogo con lo spettatore, una premessa doverosa e sincera servita per creare l’atmosfera adatta alla narrazione vera e propria. Domanda e ottiene risposte. Gli astanti diventano cavie pronte a seguire il percorso che a poco a poco sta tracciando e sul quale ci apprestiamo a camminare assieme. Poi le luci si abbassano, occhi puntati su di lui e si comincia.

Qualcosa è cambiato. La narrazione non guarda indietro, ma punta in avanti. Siamo ben lontani dai suoi vecchi Album. Ci troviamo sempre in Veneto ma in un futuro lontano, non prossimo e a tratti distopico. Cosa è successo a quel modo di raccontare che ha contraddistinto per anni il suo teatro? Le storie italiane e i racconti di una generazione non sono scomparsi ma, come ogni cosa, si sono evoluti. Protagonista non è più l’Italia che fu ma l’Italia che sarà. Questa volta si guarda al futuro per guardare e commentare con occhio critico il presente.

Numero Primo è un bambino taciturno ma dalla mente geniale che viene affidato dalla madre siriana in fin di vita, Hecnè, ad Ettore-Achille, un fotografo free-lance residente a Mestre e voce narrante. Si dilunga in dettagliate e surreali descrizioni di quella che sarà l’Italia di domani. Abbiamo la multinazionale Balocchi, una fabbrica che riproduce tutto in scala; le bianche scogliere di Porto Maghera con il suo centro di produzione di neve finta (perché quella vera non esiste più); infine la scuola elementare Steve Jobs già Giosuè Carducci, in cui i genitori possono monitorare da casa i loro figli grazie alle moderne tecnologie. È fantascienza. E piace, appassiona, fa ridere. È la generazione di ieri, appunto quella di Paolini, che non solo si sforza di stare al passo coi tempi ma anzi cerca di ragionare portandosi avanti, faticando ad immaginare a cosa tutto questo progresso forzato ci porterà.

E la riflessione è in corso. Si compie lì per la prima volta e andrà sempre verso una qualche direzione. Forse non si fermerà mai. Infatti non esiste un finale ma poco importa. Il dato è quello. Lo ha dichiarato ad inizio spettacolo e nessuno ha preteso una maggiore chiarezza di quella che è stata offerta. Marco Paolini stupisce ancora e questa volta con un nuovo linguaggio. Si trasforma, anzi, forse a questo punto sarebbe meglio dire “si aggiorna”.

“Parlerò di biologia e di altri linguaggi, ma lo farò seguendo il filo di una storia più lunga che forse racconterò a puntate, come ho fatto con i primi Album. Di più, ora, non so”.

 

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