No Apologies – Note a margine sul fenomeno Nirvana

Fornire un’adeguata definizione del fenomeno Nirvana e della sua importanza (sociale/artistica e quant’altro) è impresa ardua. Ma a mio avviso lo è maggiormente per talune fasce generazionali.
Arduo non prevedere infatti un certo distacco nell’ipotetica analisi di un consumatore di musica rock cresciuto nel pieno degli anni ottanta (indipendentemente dal fatto che tale crescita sia avvenuta “a pane e U2” o che possa vantare il classico “io c’ero” snocciolando sempre quei nomi, pesanti come macigni: Pixies, Husker Du, Sonic Youth, “i- R.E.M–di- Murmur” e mi fermo qui).
Ma è altrettanto plausibile un certo spaesamento nell’analisi di un qualsiasi teenager oggigiorno (sia coloro che abbracciano l’icona Cobain per l’apparato romantico che il personaggio ha maturato in questi ultimi dieci anni, sia coloro- e ce n’è parecchi- che si chiedono cosa abbiano di diverso o di seminale i Nirvana rispetto agli idoli rock odierni, a parte il non potersi considerare portavoce di una generazione-orrido fardello!-).
Ma per chi come il sottoscritto, era adolescente nel 1991 poteva succedere di svegliarsi un bel giorno e ascoltare (e vedere, potenza del tubo catodico) Smells Like Teen Spirit.
In quel periodo mi stavo giusto riprendendo dalla sbornia U2 durata più di un anno (fino al tradimento di Achtung Baby, chiedete ad ogni vero vecchio fan) e la mia cura ricostituente prevedeva massicce dosi di The Who, Joy Division, The Clash e Sex Pistols.
I Pistols in particolare  mi impressionavano per la loro portata rivoluzionaria. Il sogno di far parte del contingente Bromley ed esserci mentre Anarchy In The U.K. mandava ogni cosa a fare in culo era troppo per un sedicenne nell’italia pre-tangentopoliana.
Mi ero sempre chiesto cosa potessero aver provato i ragazzi della mia età nel 1977 di fronte a quella rivelazione. Me lo ero sempre chiesto sino al giorno in cui “vidi-e-sentii” Smells Like Teen Spirit. Quella voce… ognuno ci può sentire ciò che vuole ma molti ci sentirono rabbia e frustrazione rivelata (fino a quel finale, forse il solo e possibile “Nirvana”).
L’analisi del fenomeno potrebbe fermarsi qui. Non fosse che quel singolo faceva parte di un album che ora compare negli scaffali di ogni magazzino e collezione di dischi alla voce classico (forse il primo classico “in cd”?) e quella voce usciva da un corpo che aveva una mente, e prima di finire sbriciolata da un colpo di pistola c’era una faccia che ora è su milioni di magliette in tutto il mondo.

Ma restiamo sulla musica. Ci sono miriadi di ipotesi che potrebbero far crollare le architetture dei detrattori di Nirvana/Nervermind. Cominciamo col dire che erano una grande band. Nella loro formazione definitiva, tolto il gregario Novoselic (una sorta di Adam Clayton del rock alternativo, tanto per stare in tema), resta un grande batterista. Le grandi band si fanno con i grandi batteristi, lo diceva la mia nonna, ebbene questo emulo di Bonham che ora si diletta al canto, ogni volta che siede dietro le pelli lascia il segno (inutile ricordare il salto di qualità fatto dai Queens Of The Stone Age).
Ma ovviamente, per stare nella storia ci vogliono le canzoni. E ce le avevano eccome (ma rimando alle recensioni di questo special). Kurt aveva una delle voci più inimitabili (ed allo stesso tempo imitabile, chiedetelo ai vari Gavin Rossdale, che ora venderebbero accendini) che il rock ricordi, se non altro una delle più espressive. Devo purtroppo tirare in ballo di nuovo i Pistols. Never Mind The Bollocks a mio avviso è un album molto simile a Nevermind (non solo per quel titolo e per il suo grado di classico). Entrambi i dischi contengono grandi pezzi, una produzione ultraleccata e… sono “pop” (nell’accezione popular / fatto per piacere alla gente). Quel qualcosa in più è dato dalla voce. Provate ad immaginare gli stessi pezzi cantati da un altro e capirete cosa voglio dire. (Non è così scontato. I pezzi dei Velvet sono grandi anche quando non li canta Nico). Poi il sound complessivo: Steve Albini li ha sempre considerati i “R.E.M con il distorsore”. La sonica Kim Gordon (sorta di novella Maria Giovanna Maglie) parlava di “tre quarti di R.E.M e tre quarti di Pixies”. Eppure anche in queste definizioni (tutt’altro che denigratorie) si scopre il grande segreto della grandezza dei Nirvana. I Sonic Youth e i Fugazi saranno pure immortali ma non si possono canticchiare mentre vai a lavorare e gli esempi di tal fatta sarebbero infiniti. I Nirvana fecero il miracolo di mettere d’accordo il metallaro (i riff di Bleach e l’intero sound), l’amante delle semplici pop song- “Verse-Chorus-Verse”- e lo snob patito delle band indipendenti (quelli che “ne sanno sempre una piu’ di te”). Furono anche additati come i capofila di un genere (cosa che avviene dai  tempi dei Beatles e del “Mersey Sound”) che rapidamente De-Generò in moda (film, abbigliamento, spot commerciali).
Il Grunge. Non fu ovviamente coniato appositamente per loro. Anzi furono tra i primi a risentirsene (perché circolava dall’88/89, dalla prima invasione britannica di bands del catalogo SUB-POP). Non ci fu solo la maglietta di Kurt “Grunge is Dead” indossata già dal 1992, tra le grandi abiure. Andate a rivedervi il geniale e spassosissimo video di Suck You Dry dei Mudhoney (in cui compare anche Novoselic). Comunque Cobain aveva fiutato questa corsa al Business fin dalle prime critiche mosse ai Pearl Jam, a onor del vero, il primo gruppo a nutrirsi dei crismi del fenomeno alternativo (minime riprese di un certo tipo di sound  e massicci richiami nell’immagine). A costo di attirarmi critiche dico che il grunge è morto nel momento in cui tale definizione è stata accostata ai Pearl Jam (che è un po’ come dire che “il punk è morto quando i Clash hanno firmato con la Cbs”, e scusate l’ennesimo parallelo). Se non altro la band di Vedder aveva la sua identità e non sfruttò nello specifico le intuizioni di Cobain e soci. Lo fecero però altri e persino alcuni insospettabili. Quel tipo di suono infatti, quegli “stop-and-go”, quei momenti di quiete prima dell’esplosione del distorsore non li avevano ovviamente inventati i Nirvana (come i Pistols non inventarono il punk-rock). Spettò a loro infatti il semplice codificare tali elementi e renderli di pubblico dominio. Perciò i tanto osannati Radiohead si fecero un nome con il dolce/ruvido impatto di Creep (e di quel testo cosa dovremmo dire?) molto prima di bands che è bello odiare adesso come i “Puddle” e i “Nickel” (onesti lavoratori in fondo, no?), ma anche di adepti di casa nostra ora alle stelle.
Persino la divina P.J.Harvey (la Patti Smith della nostra generazione) si rivelò con quel concetto “Calma-Esplosione” nei primi due album (uno dei quali prodotto da Albini), e non è troppo azzardato  dire che si trovò la strada spianata per un successo non prevedibile a metà anni ottanta.
Detto della musica, rimane l’immagine. Camice di flanella e Doc Martens? La sfiga fu farsi fotografare con qualche straccio addosso (ma i Doc Martens non li ho mai visti indossare né da Kurt, né da Chris, che per di più suonava scalzo). Ricordo il completo ultracool di Cobain nella bizzarra apparizione a “Tunnel” della Dandini nel ’94. L’immagine non è mai stata un problema per i Nirvana. L’apparato grunge, come detto, andava bene per altri. Ma il suonare con i vestiti che hai indosso ogni giorno fu comunque un’altra bella trovata che vale per milioni di band in tutto il mondo (a meno che i Darkness non impongano una ennesima controriforma).
Infine, la questione suicidio.
Beh, anche quello fu un impatto di portata considerevole, ma per fortuna non ha indotto una generazione a riconoscersi completamente nei supposti ideali autodistruttivi di un personaggio (essendo in realtà insormontabili problemi di natura personale). Oppure per dirla con Buzz Osbourne dei Melvins, in uno dei pezzi di tv più memorabili che io ricordi: [RED RONNIE: <<Perché Cobain è Morto?>> BUZZ: <<Cobain died ‘cose he was junkie!>>.]
Non mi viene altro. Forse solo le parole di un pezzo di Billy Corgan, per il quale i Nirvana furono un bel bastone tra le ruote per un certo periodo: No Bodies Felt Like You…Love Is Suicide
Io aggiungerei: no bodies smelled like you!

Articolo di Alessandro Bertolotti

Manfredi

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