Nasza Klasa (la nostra classe): il racconto corale di una tragedia

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Ancora per questo fine settimana, al Teatro La Giostra di Napoli in Via Speranzella, andrà in scena Nasza Klasa (la nostra classe) per la regia di Massimiliano Rossi in collaborazione con David Power.

Questo progetto porta per la prima volta in Italia il testo di Tadeusz Slobodzianek, una storia in IVX lezioni tradotte da Alessandro Amenta, traduttore editoriale e docente di lingua polacca all’Università di Roma Tor Vergata.

Dopo il successo ottenuto in vari Stati finalmente anche qui ci è stata data la possibilità di assistervi. Si nota fin da subito che questo spettacolo è frutto di impegno, di dedizione collettiva e di una fortissima volontà di voler essere testimoni e responsabili di qualcosa di importante.

La storia è ambientata tra il 1925 e il 2002 e narra le vicende di dieci compagni di classe di un piccolo paesino a nord-est della Polonia, Jedwabne, dove il 10 giugno 1941 si consumò lo sterminio di circa 1600 ebrei da parte dell’altra metà degli abitanti del paese. Una strage rimossa e portata alla luce grazie al libro “Il carnefice della porta accanto” di Jan T. Gross.

Se ne sono dette tante sulla Shoah in questi 70 anni, la storia la conosciamo tutti. Quello che a volte si tende a dimenticare sono le ferite e gli strascichi che questa tragedia, la tragedia del 900, si porta dietro. Si tende a dimenticare chi c’era, chi purtroppo ricorda e non se ne da pace e chi ricorda ma preferisce seppellire tutto sotto un manto di omertà.

Cinque banchi posizionati in verticale, dieci sedie. Una classe. Oppure uno scenario di morte, di contraddizioni, di conflitti. Sullo sfondo le bandiere dello scontro: una svastica, falce e martello, una croce e una stella di David. Così è come se fosse tutto già raccontato, già anticipato. È chiaro a tutti cosa sta per accadere e nulla è lasciato al caso. Simboli che lasciano lo spettatore “straniato”, che non cercano consensi o prese di posizione. È già successo quello che sta per accadere, in un ciclo che non avrà mai fine. I dieci attori entrano in scena cantando e ballando ma è come se in realtà stessero ricordando di aver cantato e di aver ballato tanto tempo fa. Sognano un futuro che gli è già stato portato via, una realizzazione che non avverrà mai. Pian piano la storia si dipana e le verità vengono a galla. Quei ragazzini si sono trasformati in criminali e feroci assassini, altri in semplici e inermi vittime. Fino ad arrivare al culmine della storia, al “pogrom di Jedwabne”. L’umanità raggiunge il più infimo livello perché il fidato vicino è quello che ti uccide, senza pietà. Il compagno di classe con cui avevi cantato e ballato è quello che ti stupra, è quello che ti uccide a sassate. La coralità e il dinamismo della messinscena è parallela, se si può dire, alla velocità con cui si sono avvicendate le tappe importanti di questo “secolo breve”, come scriveva Hobsbawm. Il tutto si alterna in racconti sia in prima che in terza persona. Siamo noi i destinatari del loro lascito affinché possiamo essere a nostra volta testimoni.

La scenografia si trasforma a mano a mano e sono gli stessi attori in scena a plasmarla a seconda dell’uso che al momento devono farne. È una grande catena di montaggio che permette alla storia di andare avanti. Non a caso ci sono delle zone ben distinte: sul proscenio la vicenda vera e propria, ai lati le vite sospese dei personaggi che non sono materialmente nell’azione e sul fondo chi ha finito di “raccontarsi”.

Ma una fine non c’è davvero. È il teatro nel teatro, una tragedia che si consuma ogni volta come se fosse la prima volta, come il “Sei personaggi” di Pirandello (in fondo anche il confine tra finzione e realtà è molto labile).

A mano a mano tutti tornano al loro posto e si ricomincia proprio come tutto era iniziato.

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