Moses und Aron

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Moses und Aron, di Arnold Schonberg, per la regia di Romeo Castellucci, è stato rappresentato dal 17 ottobre al 9 novembre all’Opera Bastille di Parigi, in anteprima mondiale. La seguente recensione non ha un carattere esplicativo né descrittivo. Chi scrive crede che il desiderio d’arte nasca dall’evocazione e muoia nella descrizione. Se si volesse misurare la distanza tra me e il foglio. Se si volesse contare i passi tra l’idea di scrivere qui e lo scrivere. Se sentissi presto e forte la scissione che opera tra i due momenti. Ecco, allora sarei umano. In alternativa, sarei dio. In alternativa intendo: se potessi, in un sol tempo, riunire il mio pensiero e la mia parola. O, se volete, l’essere e la sua immagine trasmessa. Se fossi questo dio, allora sarei irrappresentabile, perché nessuna immagine potrebbe reggere il peso della mia inconsistenza, della mia pienezza nell’unione di pensiero e parola. Gli altri dei semplicemente sono pallide rifrazioni, vittime della loro scissione. Per farvi capire qualcosa vi proporrei i miei due eletti: Mosè ed Aron. Ovviamente sono due fratelli. In modo tale che possiate vedere nell’uno la mia parola e nell’altro la mia immagine. Perché è evidente che nessuno di voi tollererebbe la pienezza della mia unità. La mia consistenza, il mio peso, non li vedrete, se non imbrigliati agli oggetti dei miei miracoli. Perché il mio miracolo non è immagine, ma allusione all’inspiegabile unità dell’immagine e dell’essere. Atmosfere lattescenti avvolgerebbero i miei profeti. Il coro sarebbe un insieme di persone che costituiscono uno spazio di sola profondità. Finché non interverrebbe l’immagine. E l’immagine sarebbe macchia, visto che l’immagine può solo (e sola) macchiare la superficie della storia biblica. L’immagine è una macchia nella storia così come sarà macchia sui volti e sui tessuti. Sarà macchia nera come pellicola cinematografica. L’immagine macchia la superficie perché macchia la sua unità all’essere. E finirà, nella storia dei due fratelli, per macchiare la parola, per lasciare l’idea alla sua sola potenza, solitaria in un deserto. Il bianco dapprima dunque. E il suo stridere con pellicole e marchingegni tecnologici. Il deserto da una parte e la massima concretizzazione della presenza dall’altra. Poi la macchia sulla parola, l’intero immergersi di parole nell’inchiostro senza fondo. La parole marchiate dal linguaggio che non fa più riferimento all’idea. Le parole che affogano nella macchia inchiostro della pagina. Forse essere dio è esattamente riuscire a percepire, per un attimo, il punto in cui l’idea è in volo verso la parola. Forse dio è esattamente la massima (im)potenza che si trova a metà strada. Tra gli occhi che si sgranano per il sopraggiungere dell’idea e le dita che battono sui tasti il testo che prega il vostro desiderio di sorgere.

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