Morte a Venezia: il film di Visconti ancora capolavoro insuperato

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ITALIA, USA 1971

Cast: Dirk Bogarde, Björn Andrésen, Silvana Mangano, Romolo Valli, Mark Burns, Marisa Berenson

Durata: 2 h e 10 min.

Morte a Venezia (Death in Venice), riconosciuto con il David di Donatello nel ‘71 e il Nastro d’Argento nel ’72 per la miglior regia, è uno dei capolavori del più nobile tra i nostri registi, Luchino Visconti (conte di Lonate Pozzolo, Duca di Grazzano Visconti, più una sequela di altri blasoni minori). Con un uomo di simili natali – di cui però è bene ricordare un sanguigno passato di resistente comunista che gli costò prigionia e torture – il tocco registico non poteva che essere squisitamente decadente, posato al limite dell’indolenza, da osservatore interno e disincantato di un mondo in lenta marcescenza; il soggetto di Thomas Mann, immenso cantore di malattia e caducità, racconta di un ascetico compositore di nome Gustav von Ascherbach (un parvenu di mezza età, da poco insignito del “von” nobiliare) che giunge all’Hotel des Bains al Lido di Venezia per cercare di ristabilire la sua cagionevole salute. Qui incontrerà un giovanetto polacco di nome Tadzio, dalle fattezze di una scultura greca, che ne turberà lo stato mentale e morale fino all’estrema consunzione.

Questa disperata ricerca della bellezza è a tutti gli effetti una rappresentazione dell’eros socratico; nel Simposio di Platone, l’Eros secondo Socrate non è incarnato dall’amato, ma dall’amante. Non è dunque il bel corteggiato, ma è colui che soffre nel desiderio, tormentato dalle pene d’amore. Visconti identifica questo amante disperato nel corpo e nelle espressioni di Dirk Bogarde, straordinario attore che sempre ha indossato panni scomodi con grande levità (guardatelo, ambiguo e intrigante, servire/asservire il biondino slavato James Fox nello stupendo Il servo di Joseph Losey); una recitazione verbalmente contenuta – come minimale del resto è l’intero impianto dialogico del film – tutta occhiate, cambi d’espressione appena percettibili, smorfie sofferte. Il vedovo che ha smesso di credere alla felicità, l’uomo che rinnega ogni fantasiosa vitalità dell’arte facendosi pedante esecutore di percorsi obbligati nelle sue inaudibili composizioni musicali vede frantumarsi la sua indefessa integrità morale quando il suo sguardo incrocia quello dell’efebico adolescente Tadzio in divisa da marinaretto. La sequenza che racconta questa morbosa scintilla erotica è di quelle che fanno antologia; siamo nella hall di un albergo delicatamente retrò, il solerte concierge impersonato da Romolo Valli passa di tavolino in tavolino a controllare che tutto sia al posto giusto, la cinepresa incede lentamente nella sua carrellata verso destra, attraversa un grosso vaso turchese, indugia un po’, stringe sul professor Ascherbach adagiato mollemente sulla poltroncina bianca che osserva tutto e tutti da dietro il giornale e il suo pince-nez. Primo piano di Bogarde e i suoi occhi attenti, poi una soggettiva porta lo sguardo su una famiglia, disposta come in un quadretto, in cui la voluttà erotica di Silvana Mangano resta contenuta dentro un velo che sembra una zanzariera, elegantissima maitresse che tiene sott’occhio il biondo angelico figlio Tadzio, l’allora sedicenne Björn Andrésen. Da quel momento, una continua schermaglia di sguardi incrina l’aura innocente del giovane e attenta alla ferrea morale dell’uomo. Un’altra sequenza immortale ci viene regalata dal pedinamento disperato di un Bogarde truccato come un triste clown – un rigagnolo di liquido nero scende dalla tintura per capelli, solcando il patetico bianco dell’imbellettamento – per le calli di una Venezia battuta da una tremenda pestilenza.

Cinema della decadenza, taciturno e sgargiante, pennellato con maestria dalla fotografia di Pasqualino De Santis (Oscar per il Romeo e Giulietta di Zeffirelli) e sottolineato dalla retorica sinfonica di Mahler, capolavoro tutto italiano (produzione a parte) da non lasciarsi sfuggire.

Che film vedere di Luchino Visconti

La filmografia di Luchino Visconti è ricchissima e trova forse il suo culmine nel titolo più noto, Il Gattopardo (1963) tratto dal romanzo di Tomasi di Lampedusa. Interessante tra gli altri il suo esordio registico, Ossessione (1943) perché si tratta di una rivisitazione in chiave tutta italiana di un capolavoro del noir americano, Il postino suona sempre due volte di James M. Cain.

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