Money! Attacco all’opacità del sistema economico

Money!

Money!, spettacolo della compagnia belga Zoo Théâtre per la regia di Françoise Bloch , si presenta al pubblico con una promessa importante: Tutto quello che non sapete sul denaro perché nessuno ve lo dirà mai e d’altronde è meglio non saperlo, perché se lo sapeste, sarebbe peggio. Il tono sembra quasi minaccioso, sicuramente importante. Di fatto però è vero anche il contrario ed il pubblico lo scopre sin all’ingresso in sala: gli attori, Jérôme De Falloise, Benôit Piret, Aude Ruyter e Damien Trapletti, sono distribuiti tra proscenio e palcoscenico, intenti a chiacchierare, aggiustarsi il nodo della cravatta e ad elargire sorrisi, ammiccamenti e saluti al pubblico, poco nutrito, con molto rammarico, accorso in sala.

Il progetto della Bloch si articola in tre tappe: Grow or Go, del 2009, racconta il mondo dei manager aziendali; Une société de services, del 2011, parte dalla realtà dei call center per indagare le conseguenze umane derivanti dalle nuove organizzazioni del lavoro e, infine, Money del 2013. Un attacco alle banche e all’opacità del sistema economico che trae forza ed ispirazione del mondo reale, quotidiano e che prende le mosse da un lungo processo di documentazione e di ricerca al fine di rendere nel dettaglio e con precisione chirurgica le aberrazioni del nostro sistema, inteso nel senso più esteso.

Lo spettacolo è concepito come un dialogo col pubblico. Gli attori sono rivolti verso la platea e con essa discorrono argomentando sin dall’inizio le ragioni a fondamento della rappresentazione: come un uomo, tendenzialmente non violento, possa rendersi portatore di una violenza atroce e trarre un profitto da ciò. Il teatro, in quanto arte viva, consente questa forma particolare di comunicazione in cui il pubblico entra a pieno titolo nei giochi non solo perché chiamato in causa dallo sguardo compiacente degli attori in  scena ma sopratutto perché protagonista della pièce: il piccolo risparmiatore, un pensionato, un impiegato, una casalinga, un lavoratore con contratto a tempo, come trait d’union tra il mondo, oscuro, troppo grande e spesso poco limpido delle banche e tutto quello che c’è dall’altra parte della scrivania. Proprio come le scrivanie della banca dai colori vivaci, che ruotano nello spazio scenico, come naturale continuazione del corpo, a cui gli impiegati sembrano incollati come la giacca che indossano.

Ma come rendere consapevole il pubblico circa la propria condizione di risparmiatore che di fatto lo rende, in piccolissime percentuali che cominciano sempre con zero virgola molti altri zero, complice di questo oscuro sistema? Una storia da uomo qualunque: la volontà di investire, e dunque tratte profitto, da un’eredità, cinquantamila euro, ricevuti a seguito della dipartita di una vecchia zia. E una musichetta, di quelle che di solito si ascoltano in filodiffusione mentre si attende il proprio turno all’interno di un istituto di credito. Quelle musichette saccenti che, poco a poco, diventano familiari e s’iniziano a canticchiare, poi entrano nel cervello come un martello. Un motivetto infame che non riesci a far uscire ed è lì, esattamente in quel momento, che sei fottuto. Hai abbassato la guardia, hai ceduto alle promesse di sicurezza e trasparenza del consulente, che magari ha messo in gioco anche qualche giochetto motivazionale per convincerti a concedergli fiducia, perché l’interesse della banca è il tuo profitto. Hai cominciato a ballare al ritmo della musichetta.

Quando danzi e tutti lo fanno non ti chiedi com’è fatta la musica. Tutto va da sé. Poco importa se nel tuo piccolo investimento sono comprese, in piccolissima parte, azioni della Shell per il mantenimento degli oleodotti che hanno provocato tra il 2005 ed il 2012 centonovantotto perdite nel delta del Niger arrecando danni irreversibili all’ecosistema, impedendo ai poveri pescatori nigeriani di continuare a vivere del proprio lavoro con il petrolio che penetrava ovunque. C’è un sistema più grande che giostra le nostre vite come fossimo marionette.

Il piccolo risparmiatore, però, comincia a porsi un interrogativo fondamentale: ma dove vanno a finire i miei soldi? È l’inizio della fine. Il banchiere di turno non riesce a fornire una risposta precisa se non Si informi in merito. E così vengono fuori gli artifici del sistema di finzioni, motivazioni costruite ad hoc mediante la sapiente collocazione di vocaboli chiave. Una fiducia che è sfiducia, una certezza che è incertezza, un interesse che è disinteresse.

Gli attori in scena si avvicendano nell’interpretazione del doppio della pièce: sono ad un momento risparmiatore e ad un momento banchiere, essendo vittime e carnefici allo stesso tempo. La trattazione di un argomento per molti aspetti complesso e ricco di peculiarità viene sdoganato da Françoise Bloch di questa sua apparente naturale connotazione per essere colorito di ironia e abbondanti sorrisi affinché l’attacco alla realtà nascosta del sistema economico possa raggiungere il suo scopo: la mente così da interrompere la musichetta infame.

La miscela di parole e di immagini proposta dalla regista e da Zoo Théâtre, i molti elementi di meta teatro che dialogano con la narrazione e l’interrogazione costante del pubblico consentono una riflessione pressoché immediata sul posto dell’uomo all’interno della società e sulla responsabilità condivisa nella sua gestione, quando il confine tra morale e profitto è così labile da essere ridotto ad una nebulosa appartenente ad una sfera ideale e non più reale.

Peccato che in pochi ieri sera abbiano potuto goderne.

 

Info

Money!

SCRITTURA COLLETTIVA DI BY ZOO THÉÂTRE
REGIA BY FRANÇOISE BLOCH
CON JÉRÔME DE FALLOISE, BENOÎT PIRET, AUDE RUYTER, DAMIEN TRAPLETTI
COLLABORAZIONE ARTISTICA BENOIT GILLET
LUCIDESIGN MARC DEFRISE
VIDEO BENOIT GILLET, YAËL STEINMANN
SCENEDESIGN JOHAN DAENEN, JOHANNA DAENEN
COSTUMI DESIGN PATTY EGGERICKX
PRODUZIONEZOO THÉÂTRE
IN COPRODUZIONE CON THÉÂTRE NATIONAL/BRUXELLES, THÉÂTRE DE LIÈGE, L’ANCRE-EDEN/ CHARLEROI

 

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