Misery is a butterfly, quando i Blonde Redhead sbancarono tutto

Dopo gli applausi pressoché unanimi riscossi da “Melody of Certain Damaged Lemons” erano in molti a scommettere che i Blonde Redhead fossero pronti per musicare al massimo qualche sfilata di moda. Agli infedeli la band di Pace/Makino risponde con un album inattaccabile: “Misery is a Butterfly”, ennesimo gradino di un percorso musicale all’insegna della continua progressione, e naturale evoluzione del lavoro che lo ha preceduto. E pazienza se il fatto che siano approdati a casa 4AD indurrà tanti a dire (già lo fanno) che i Blonde Redhead si adattano alla nuova etichetta, che si convertono addirittura al dream-pop: giudizi affrettati, ché Misery è semplice e naturale proseguimento di “Lemon”, con l’aggiunta di quei nuovi elementi che Amedeo Pace aveva anticipato alla stampa ben due anni fa.
E dunque compaiono come da previsione tastiere, campioni, archi. Ne risulta la definitiva trasmutazione delle dissonanze in melodia, delle chitarre in pop e anche qualcosa in più, perché “Misery” colora il mondo Blonde Redhead di una tristezza enigmatica. Che si fa sottilissima, persino tagliente sulle corde vocali di Kazu, compressa sino quasi ad esplodere e poi dissipata dai contributi cantati da Amedeo. Anche in questo (studiato?) lavoro di accumulo e rilascio stanno i meriti di un disco che libera emotività a dispetto del proverbiale distacco dei suoi autori.
Come già accadeva in “Melody…”, i BR non riescono più a nascondere la matrice melodica dei loro brani, che erutta elegante dalle note. Sono melodie di profonda malinconia, a volte dolorose, incapaci di trovare sfogo in un classico refrain e per questo ancor più dolenti. La ritmica si è appiattita (Simone è occupato altrimenti, essendo l’artefice primo delle sonorità di questo disco), le chitarre sono più distanti. L’accento è sui testi, sulle melodie e sugli accordi, sulla voce appuntita e più efficace che mai di Kazu e su quella specie di falsetto di Amedeo, così tenero che lo abbracceresti. Non a caso i quattro poli attorno ai quali ruota il disco vedono alternarsi le voci dei due cantanti:
Elephant Woman che ha in sé il germe del cambiamento: gli archi, la struttura cinematica, l’inseguimento di un melodismo statico, accentuato vieppiù dalla voce fredda e appuntita di Kazu. E’ un pezzo che gela da lontano, e rilascia emozioni studiate.
Doll Is Mine, che sarebbe il proseguimento di “loved despite of great faults” se la presenza delle sovrastrutture d’archi non fosse talmente imponente da soffocare tutto il resto, limitato in pratica alle sole percussioni: un pezzo impensabile solo ai tempi di “Fake can be just as good”.
Magic Mountain, soluzione di pop minimale con accentuati spigoli melodici, le chitarre che si assottigliano per far spazio alla ancor più affilata prova vocale di Kazu.
Falling Man è il trionfo di Amedeo, pop song sull’orlo delle chitarre che le danno spinta e la richiamano indietro, il massimo esempio della sua semplicità di scrittura.

Non tutto è allo stesso livello:con Anticipation e Melody l’album si perde nei meandri di una scrittura meno asciutta, più aleatoria e sincera ma decisamente meno a fuoco rispetto al lavoro precedente. E se c’è qualcosa alla quale i BR non sfuggono nemmeno con “Misery” è il senso di costruzione (non artificiosità, che è un’altra cosa) sotteso a tutti i loro album, quel distacco calcolato che non li ha mai abbandonati. Ma almeno ci provano: e se ci permettete, il pezzo che meglio simboleggia “Misery” è Pink Love, esempio di pop “classico” e poco artsy a due voci, di sicuro non il brano migliore del disco ma il suo compimento ultimo per eleganza ed ambizioni formali, per la posatezza annunciante che i Blonde Redhead sono cresciuti, anzi invecchiati, e che non sempre è una brutta cosa.
E allora: non credete che “Misery” sia il capolavoro dei BR (“Melody” gli rimane superiore di una buona spanna, anche per il non replicabile effetto sorpresa), né che i tre siano ormai bolliti: sono faccende senza alcuna rilevanza. Ciò che importa è che siamo davanti ad una band con pochi emuli nel panorama odierno, capace di trasformare e di rendere sua la cangiante materia alla quale si applica. Tutti i fantasmi di questo disco, tutti i dazi dovuti, sono trasfigurati dalla lente di Amedeo, Simone e Kazu: e ne escono smagriti, con lo sguardo perso e distante. E se proprio questo nuovo disco dev’essere un approdo, il meno che si possa dire è che ogni passo del cammino percorso per arrivare ain qui è stato degno di attenzione e a suo modo unico.

Articolo di Salvatore “Howty” Patti

Manfredi

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