Michele Pascarella: di quale pubblico stiamo parlando?

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Michele Pascarella è un critico di teatro e danza su e per le riviste Hystrio, Artribune, Teatri delle Diversità, Gagarin Orbite Culturali e ha un suo blog personale.
Dal 1992 si occupa di teatro contemporaneo e tecniche di narrazione sotto la guida di noti maestri ravennati. Dal 2010 è studioso di arti performative, interessandosi in particolare delle rivoluzioni del Novecento e delle contaminazioni fra le diverse pratiche artistiche.

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

Crisi d’identità, dici. Chi sono io? Chi sei tu? Che ruolo abbiamo nella (micro) società teatrale? Artista? Operatore? Tecnico? Critico? Studioso? Spettatore? Sempre di più mi pare che la crisi del teatro sia crisi dell’uomo e della donna di oggi. Il nostro teatro è popolato da centinaia di persone che non ritengono sufficientemente riconosciuto il proprio valore, il proprio sforzo. È un mondo di geni incompresi, di martiri dell’Arte. Ma è anche il migliore dei mondi possibili.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Non credo sia una questione di idee, tanto meno di originalità. Credo sia una questione di rivoluzione.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Necessità di fare gruppo, di sentirsi parte di una comunità che mette in primo piano l’esistenza della comunità stessa. Hai visto l’ultimo spettacolo di Virgilio?”, “Romeo adesso è a Parigi.” “Ermanna sta lavorando al nuovo progetto.” Li si chiama per nome come fossero tutti nostri cugini. Tutti parte di una “famiglia”. Per gli spettatori credo sia un po’ la stessa cosa, in molti casi, con in più l’auto-gratificazione del prendere parte a una esperienza culturale. Come ci ha insegnato Pierre Bourdieu, i diversi stili di consumo e apprezzamento generano le reti sociali. Abitiamo una società in cui il gusto si converte all’istante in forme di relazione tra individui, e il consumo culturale offre una base per interagire tra soggetti con interessi simili. Il gusto diventa un modo per costruire reti, insomma. Noi siamo blu in quanto non siamo gialli. E noi blu ci ritroviamo fra noi, ci ri-conosciamo, parliamo nello stesso modo, ci piacciono le stesse cose. E cerchiamo il più possibile di non mescolarci ai gialli, altrimenti va a finire che diventiamo verdi.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Non c’è da aspettare né Godot né un modello culturale che arrivi da chissà dove. Occorre cambiare noi stessi.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

Certo che no. Certo che non abbastanza. Certo che alcuni ne beneficiano più di altri. Ma la Storia ci insegna che se uno ha la forza interiore per fare una cosa la fa. Antonin Artaud non credo ricevesse i finanziamenti del Ministero.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te.

Ne dico tre. La prima: studiare la storia del teatro, della danza, dell’arte. La seconda: coltivare la diversità. Termine da intendere non come compiaciuta occasione (pseudo-adolescenziale) di definizione identitaria, bensì come opportunità di superare i dati culturali di partenza e produrre esperienza reale. Come messa in discussione delle identità codificate, sia individuali che collettive, mirando addirittura (proponimento donchisciottesco) a una certa oggettività, o meglio: a un qualcosa di terzo, né universale né culturale. Inseguendo qualcosa di misterioso. La terza: camminare per la strada e per i monti, guardare le persone e le cose, respirare, ascoltare, fare silenzio. Soprattutto fare silenzio.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”?

Credo che sulla carta ciò abbia senso né più né meno di qualsiasi altra scelta, artistica o umana. Per molto pubblico è certamente una garanzia, una rassicurazione. Anche perché spesso le forme del contemporaneo, così ostiche, criptiche e per “addetti ai lavori” (detto altrimenti: per i membri della famiglia), allontanano chi si sente, legittimamente, escluso da quel discorso. O meglio: da quella società di discorso.

Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico? Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

Scelte, dittature. Queste parole hanno a che fare con la responsabilità di instaurare ciò che Jacques Rancière definisce “regime del sensibile”: un modo di organizzazione delle evidenze che determina il rapporto fra ciò che, in una data epoca o in un determinato contesto (nel nostro caso un Festival, una Stagione, una Rassegna) è sensibile e ciò che non è sensibile, fra ciò che è visibile e ciò che resta invisibile e -di conseguenza- fra ciò che è enunciabile e ciò che non lo è. Per chiarezza (e per esempio): se in un Festival si vede lo spettacolo di Pinco Pallino se ne può parlare, perché chi di dovere ha deciso di invitarlo. Se così non fosse stato quell’artista non avrebbe potuto dir la sua e il pubblico non avrebbe avuto modo di dir la sua sul suo dire. Fin qui, nulla di nuovo: questo è ciò che fa, con tutta evidenza, qualsiasi direttore artistico, illuminato o meno, di qualunque manifestazione, grande o piccola che sia. Ciò che fa (o che potrebbe fare) la differenza è l’intenzione – nell’accezione etimologica di in-tensione, di spinta che dall’interno del soggetto muove verso ciò che è altro da sé.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

Oltre a quanto già detto, credo che il punto in comune potrebbe essere il riconoscimento della propria crisi, condizione che spesso ci si rifiuta di accogliere, mascherandola con sbruffonate o con il loro opposto egualmente narcisistico, la Sindrome di Calimero: “Tutti ce l’hanno con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia, però!”.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

Il pubblico consapevole. Il pubblico. Sappiamo bene della muta ma inflessibile separazione vigente negli universi dello spettacolo dal vivo. Plurale non casuale: conosciamo le enormi differenze esistenti tra i pubblici. Volendone ricordare almeno due: quello “degli abbonati” della prosa, della lirica, della musica o del balletto. Solitamente persone di mezza o tarda età, di buon livello economico e culturale, spesso legate a una concezione tardo-ottocentesca di arte (idea di bello come abile imitazione della natura, espressione di sentimenti, manifestazione di téchne). E quello “della ricerca” (nei vari ambiti: musica, teatro, cinema, danza, arti visive). Di solito un pubblico giovane (o giovanile), con minore disponibilità economica (per usare un eufemismo) e una discreta cultura off, politicamente orientati a sinistra (con le mille varianti del caso) e un’attitudine ad accogliere il non (de)finito. I diversi pubblici di fatto non si incontrano, non si conoscono, non si siedono accanto. Mai. Si sta ben divisi, ognuno nei propri spazi e momenti, avendo cura di non mescolarsi, di non confondersi. Il che è piuttosto paradossale, data la comune frequentazione di manifestazioni dell’umano che dovrebbero attenere alla conoscenza, e dunque all’apertura. Ma tant’è. Di quale pubblico stiamo parlando, dunque?

Extra: Prima di salutarti, ringraziandoti per la collaborazione, ti chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua missione teatrale?

Nessuna missione, figurarsi. Non sono più i tempi dell’Angelo Maria Ripellino da voi citato in apertura, son passati gli anni di Ennio Flaiano. Quei grandissimi critici-intellettuali erano espressione di una società, forse, più densa della nostra. Forse con più memoria. Oggi credo che ciò che la critica dovrebbe fare, e spesso non fa, è recuperare la funzione per cui è nata in ambito artistico, nel Settecento francese: costituire un ponte fra opere e pubblici. Aprire porte.

Come immagini la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

Il mainstream sempre più massificato, televisivizzato, semplificato. E alcune nicchie di assetati che continueranno, pur nelle piccolezze nostre umane, a guardare sé e il mondo. Che rimane il migliore fra quelli possibili.

 

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