Mentre aspettavo, la zona grigia di Omar Abusaada

8_NTFI2016_MentreAspettavo_fotoDidier Nadeau

Mentre aspettavo, ultima opera del regista siriano Omar Abusaada, è andato in scena al Teatro Bellini di Napoli il 26 e il 27 giugno 2016 in occasione del Napoli Teatro Festival 2016. Scritto a quattro mani con Mohammad Al Attar, la pièce è un racconto intimo e non privo di dolore sul popolo siriano. Una confessione surreale, tra delirio onirico e realtà, attraverso gli occhi delle vittime delle guerre.

Lo spettacolo parla al pubblico. È il racconto del giro di vite che sottende la violenza atroce della guerra nelle sue immediate e feroci conseguenze. Ma è anche segno di resistenza questa attesa, la militanza silenziosa e forzatamente passiva di un popolo spogliato di ogni dignità, disumanizzato, ridotto a mero oggetto dotato di collocazione geografica, degno di rilevo culturale, ma non per questo degno di essere liberato dall’orrore che l’uomo, assoggettato agli interessi e votato alla costante ricerca di un profitto, si porta dietro.

Il palcoscenico è un angolo di mondo esposto. Le quinte sono libere agli occhi dello spettatore. Il mondo è tutto lì. I confini tra il dentro e il fuori la scena sono i confini tra Damasco e tutto quello che c’è oltre. Perché la capitale siriana è un non luogo la cui delimitazione, anche per spostamenti prossimi, segna il passaggio di confini dilatati nello spazio. La mobilità è inerzia forzata. L’uomo è al confino nella sua terra.

La scena è un doppio narrativo. Al centro una donna veste un abito bianco con un velo che le cinge il capo e il collo. Tra le mani un corano, la voce bassa e sottile, legge le sure. Disteso al suo fianco, in quello che sembra essere un ospedale, suo figlio Taim, giovane filmmaker in coma dopo essere stato brutalmente picchiato ad uno dei tanti checkpoint che infestano la capitale. Non sappiamo perché. Anche la sua famiglia ne è all’oscuro, e forse non è neanche interessata a saperlo più di tanto. Sua madre è solo interessata al suo ritorno. Un’impalcatura alle loro spalle è il secondo piano narrativo: un uomo a torso nudo, Omar, siede in un angolo. Al suo fianco, una consolle da dj e, in fondo, una stanza chiusa da vetrate che lasciano entrare lo sguardo. Ai lati del palcoscenico gli attori: sono seduti, chiacchierano, bevono dell’acqua, sono intenti a prepararsi per l’ingresso in scena.

Taim diventa lo spettro di se stesso e lascia il suo letto. Raggiunge l’impalcatura sul fondo e da lì guarda quel che resta della sua vita. La disgregazione di una famiglia che è lo specchio di quella di un intero paese. L’ansia di una madre che oscilla tra la chiusura di dogmi imposti e aperture alle scelte di vita di figli. Le visite della fidanzata Selma, confusa e arrabbiata per il suo abbandono. L’amico di lunga data Osama. Sua sorella Nada che arriva dopo un lungo viaggio da Beirut, città in cui ha scelto di rifugiarsi e vivere liberamente la sua vita. Senza imposizioni, senza velo, senza famiglia. Che mette in un angolo e a cui ora, alla luce di quanto accaduto a suo fratello Taim, vorrebbe riavvicinarsi. Rientrare a farne parte e portare a conclusione il film documentario iniziato da suo fratello, bruscamente interrotto quella buia notte.

Taim, nel suo non essere, dall’alto osserva tutto ciò e racconta. Racconta il mondo devastato dal regime, le strade distrutte specchio dell’anima del suo popolo, della sua terra. Nessuno è capace di comprendere quello che è successo, è surreale. L’attesa  è una brutta cosa. In realtà è l’universo ad assumere forme diverse. Lui, in bilico tra il mondo dei vivi e quello dei morti, è in punto d’incontro dei diversi livelli di coscienza della narrazione. Ascolta, racconta, accarezza i capelli della sua fidanzata, guarda negli occhi sua sorella che sembra ricambiarlo, ma i suoi occhi guardano attraverso passandolo da parte a parte. Ma lo spettro di se stesso racchiude la realtà del mondo intero: Siamo tutti delle anime perdute. Ci siamo ritrovati tutti qui. Ci sono dei comatosi qui nel teatro in mezzo a voi, ma non li vedete. Abbiamo le nostre lobby dappertutto.

Omar Abusaada per anni ha viaggiato nelle zone più sperdute di Siria, Egitto e Yemen, portando nei piccoli paesi i suoi spettacoli ed utilizzando il teatro come strumento di dialogo con gli abitanti, dandogli la forza di resistere alla disperazione. Nato e vissuto a Damasco, non l’abbandona come la maggior parte degli artisti siriani, scegliendo consapevolmente di essere vittima e protagonista degli sconvolgimenti del suo paese senza, però, lasciarseli scivolare addosso. Ma studiando, indagando, documentandosi su quanto stesse accadendo nella sua terra, a partire dalla guerra civile del 2011.

Mentre aspettavo nasce da questo lavoro di ricerca che pone al centro una Damasco protagonista silente della messa in scena. I dialoghi sono quanto di più vero possa arrivare alle orecchie dello spettatore: serrati, feroci, arrabbiati, pacati, tristi lo ricoprono e lo investono con tutta la loro forza lasciandolo, per le quasi due ore di spettacolo, con una morsa interiore, una tensione in bilico tra la voglia di urlare e la tristezza più profonda. La commistione di teatro, musica ed immagini e la prova attoriale, profonda e assolutamente degna di nota, conferiscono alla pièce un rilievo decisamente di primo piano nell’abito della rassegna del festival.

 


While I was waiting

The performance speaks to the public. It is the story of the crackdown that underlies the horrific violence of war in its immediate and fierce consequences. The wait is also a sign of strength, silent and forcibly passive militancy of a people stripped of all dignity, dehumanized. The stage is an exposed corner of world. Scenes are free to the spectator. The world is all there. Borders between inside and outside the scene are borders between Damascus and all that lies beyond.
The scene is a double narrative. In the center a woman wears a white dress with a veil that surrounds the head and the neck. A Koran in her hands, with a low and subtle voice she reads the suras. At her side, in what appears to be a hospital, her son Taim, young filmmakers in a coma after being brutally beaten by one of the many checkpoints that plague the capital.
In the narrative Taim becomes the specter of himself and leaves his bed. He attains the scaffolding on the bottom and from there he looks what’s left of his life. The disintegration of a family that is the mirror of a whole country.
Taim, in its not being, observe from above and tells the story. He tells the world devastated by the regime, the streets destroyed mirror of the soul of his people, of his land. But the specter of himself encompasses the whole world reality: We are all lost souls. We all met here. There are comatose in the theater here among you, but you don’t see them. We have our lobby everywhere.
While I was waiting stems from a long research work that focuses on a Damascus, silent protagonist of the staging.
Dialogues are deeply real: tight, fierce, angry, calm, sad. They hold and invest the audience with all their strength leaving him, for nearly two-hour show, with an inner grip, a balanced tension between the desire to scream and the deepest sadness. The mingling of theater, music and images, and the skill of the actors, deep and absolutely noteworthy, give to the play a prominent place in the theater festival.

 

Info

Mentre aspettavo

REGIA OMAR ABUSAADA
TESTO MOHAMMAD AL ATTAR
CON AMAL OMRAN, MOHAMMAD ALARASHI, NANDA MOHAMMAD, FATINA LAILA, MOUIAD ROUMIEH, MOHAMAD AL REFAI
SCENEBISSANE AL CHARIF
LUCI DESIGN HASAN ALBALKHI
VIDEO REEM AL GHAZZI
MUSICA/ SAMER SAEM ELDAHR (HELLO PSYCHALEPPO)
PRODUZIONE FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA, LES BANCS PUBLICS – FRICHE LA BELLE DE MAI (MARSEILLE), FESTIVAL D’AVIGNON, AFAC (ARAB FUND FOR ART AND CULTURE), ZÜRCHER THEATER SPEKTAKEL, ONASSIS CULTURAL CENTER (ATHENS), VOORUIT (GENT), LA BATIE – FESTIVAL DE GENÈVE, FESTIVAL D’AUTOMNE À PARIS
CON IL SOSTEGNO DI/WITH THE SUPPORT OF LA CRIÉE MARSEILLE, LE TARMAC PARIS

 

 

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