Memorie di una geisha: recensione del film di Rob Marshall

Non c’è differenza tra la prigione femminile di Chicago e la scuola di geishe di Kyoto. In entrambi i casi, l’unica forza che può abbattere quelle mura è il talento. Il canto, il ballo, la multiforme fantasmagoria del corpo femminile: merce comunissima, fragile, di rapida scadenza, che si converte in gemma preziosa nella misura in cui sa mantenersi accuratamente nascosta e lontana.
Il mondo dello spettacolo è – letteralmente – un carcere, condannato a tre gradi di separazione, spaziale, sessuale, economica: all’interno c’è la città delle donne e dell’arte, dove la rivalità tra geishe è più dura di quella tra lottatori di sumo; all’esterno, la società degli uomini e degli affari. Dentro c’è una condanna a vita; fuori, un pubblico dall’onnipotente potere di redenzione. Tra questi due mondi si instaura una reciproca attrazione: uomini sedotti dal gioco “inutile” del teatro e dei cerimoniali cortesi; donne lusingate dal mito dell’amore e del matrimonio borghese, magari con il più classico dei Direttori Generali.
Con l’arrivo dell’esercito americano, questo sistema bipolare si frantuma per sempre, e con esso i suoi rapporti di forza, le rigide gerarchie tra guardante e guardato. Simboli che per statuto dovevano mantenersi distanti finiscono per mescolarsi, perdendo i propri connotati originari. Ciò perché agli occhi incolti di soldati e ufficiali occidentali, non sono soltanto le donne, ma è tutto il Giappone ad essere palcoscenico, luogo di una bizzarra rappresentazione da ammirare e dominare. E così un rapporto privato tra sessi si espande in una schermaglia planetaria tra nazioni maschili e femminili.

Mostrare l’eterno e l’immutabile per poi assistere alla sua distruzione: è questa la firma di Rob Marshall. Una poetica riconoscibile in tanto cinema orientale (Addio Mia Concubina di Chen Kaige) e orientaleggiante (L’Ultimo Imperatore di Bertolucci, M di Cronenberg): un teatro di rituali cristallizzati che si dissolve con l’irrompere di un evento esterno. Tecnicamente espertissimo, ma privo di “scarti” autoriali, Marshall è un autore esplicitamente “coreografico”, che si affida con devozione assoluta alla grazia di corpi che fuggono, inseguono, si nascondono, si travestono e si spogliano, lottando senza fine per la propria sopravvivenza… Ma sotto le apparenze di un melodramma popolare, la sua visione del mondo è atroce: si sale su un palcoscenico soltanto perché si è stati esclusi dalla vita, si diventa artisti solo per essere accolti tra i privilegiati della platea. Come in Chicago, il vero protagonista di Memorie di una Geisha è il pubblico, e il vero soggetto sono gli inganni per conquistarlo. Pubblico ciecamente rapito da un polso che inclina con antica delicatezza una teiera, da un trucco irreale, da una maschera, da tutto ciò che è esotico e si ritrae dietro una tenda. Noi pubblico, irretito da un set hollywoodiano che si finge orientale, da attrici cinesi che si fingono giapponesi, da un presente che si finge passato. Come non percepire in ogni nostro applauso un duplice sentimento di fascinazione e di superiorità?
Quella stessa passione speculare e vuota che Roxie Hart confessava in Chicago: “Io amo il pubblico. E il pubblico ama essere amato da me. E io amo essere amata dal pubblico. E tutto questo perché nessuno di noi è stato abbastanza amato da piccolo… È il mondo dello spettacolo.

Articolo di Dante Albanesi (reVision)

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