Melancolia della resistenza di László Krasznahorkai

László Krasznahorkai, grandioso autore dal nome grandioso (e, per i più, impronunciabile), è considerato il più importante scrittore ungherese contemporaneo. Più volte parlando di Nobel per la letteratura è stato fatto il suo nome: le sue sono storie potenti, profonde, brucianti e visionarie. In Italia, però, è meno conosciuto di quanto dovrebbe.

Bompiani ha in catalogo Satantango, considerato il suo capolavoro, e Melancolia della resistenza. Quest’ultimo è stato ristampato a maggio, dopo il fallimento di Zandonai, la splendida casa editrice che l’aveva precedentemente pubblicato. La speranza è che adesso Bompiani possa tradurre altri suoi volumi, di numero non esiguo.

K. deve parte della sua celebrità al cinema: ha infatti lavorato con Béla Tarr, il gigantesco regista ungherese maestro del bianco e nero. Spesso, quasi sempre, i suoi lungometraggi si basano sui libri di Krasznahorkai, ed è proprio lo scrittore a curarne la sceneggiatura. Satantango, già menzionato, ma anche uno dei suoi film più toccanti e intensi: Le armonie di Werckmeister, tratto appunto da questo Melancolia della resistenza. Un titolo perfetto, che racchiude il senso della opposizione e della sopportazione.

“Aveva visto miliardi di cose inquiete, pronte al cambiamento continuo, aveva visto come dialogavano tra loro severamente senza capo né coda, ognuno per conto proprio; miliardi di relazioni, miliardi di storie, miliardi, ma si riducevano continuamente a una sola, che conteneva tutte le altre: la lotta tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza.”

Il racconto si apre con un treno, e a un treno somiglia anche la prosa di Krasznahorkai: un treno, un fiume in piena, un flusso lavico, pagine e pagine di prosa fitta e impetuosa, irruente e spietata. Dentro ci sono un po’ di Dostoevskij, un po’ di Gogol’ (soprattutto di Le anime morte), un bel po’ di Dürrenmatt. Ci sono realismo e postmodernismo, pragmatico e visionario amalgamati in perfetta alchimia.
Siamo in un paesino ungherese in mezzo al nulla. E arriva un circo (“Un circo? E perché mai? Proprio qui, dove nessuno sa se il mondo domani continuerà a esistere?”), un circo assurdo che presenta solo due attrazioni. La “balena più grande del mondo” – cioè la sua carcassa, una specie di Leviatano deceduto – e il “Principe” – un personaggio deforme e nascosto, un freak che porta con sé distruzione e caos.

Tutto è violento, decadente. Tutto è pronto all’abbrutimento. Tranne János Valuska, un giovane postino ancora in grado di stupirsi, di guardare ciò che lo circonda con spontaneità, curiosità, con i suoi grandi occhi chiari che assorbono ogni cosa, che non sanno arrendersi alla violenza e al dolore. L’unico a riconoscere ancora l’armonia del cosmo, armonia simile a quella studiata da Andreas Werckmeister, teorico musicale del “buon temperamento“. Un’accordatura perfetta.

La sua è una vita fatta di resistenza quasi ingenua davanti a un mondo che cade a pezzi. Ogni notte vaga per le strade con il naso all’insù, coperto sempre dallo stesso logoro pastrano e indossando la sua vecchia borsa a tracolla piena di lettere da consegnare. Ogni notte si stupisce di costellazioni ed eclissi.
L’unico a trattare Valuska come un padre è Eszer, un vecchio musicista disilluso, in un certo senso suo opposto, che riconosce in lui l’unica purezza possibile, l’unica resistenza alla barbarie. János sa trovare della bellezza anche dove non ve n’è più. Si sforza di legare gli invisibili fili dell’ordine anche in una distopia ungherese che lo considera un matto.

Il popolo, invece, preferisce seguire i discorsi totalitaristi e apocalittici del Principe. Distruggere tutto. Uccidere. Trasformarsi in una processione di ombre violente e paradossalmente impotenti, perché non più libere di pensare. Buttare giù senza ricreare, perché distruggere porta a un qualche tipo di compimento, e la costruzione invece non ha mai fine.

La verità, durissima, è che un pianoforte accordato in modo ineccepibile – secondo le leggi di Werckmeister – suona musiche sgraziate e inascoltabili. Su questa terra non c’è posto per la perfezione, la melodia più bella su uno strumento perfetto è destinata a stonare. E Melancolia della resistenza è la parabola di un uomo che crede ciecamente nel bene, costretto a scoprire che il mondo non può esserne retto. Forse, però, non tutto è stato invano.

“Il vagabondo, apparentemente svitato, prigioniero di quella galassia trasparente, testimoniava con la sua purezza e la sua toccante generosità umana l’esistenza di una presenza angelica tra le forze distruttrici della decadenza.”

Melancolia della resistenza è un romanzo simbolico, politico (perché tutto è politico), profondamente commovente e, soprattutto, necessario.

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