Marvin Gaye, discografia dell’uomo che venne ucciso da suo padre

All’interno di questa arida sequenza di lettere e numeri è racchiusa la vita e la carriera di uno dei protagonisti assoluti della black music del ventesimo secolo: Marvin Gaye. Sono passati 20 anni dalla morte del grande cantante soul, avvenuta per mano di suo padre durante un litigio il giorno prima del suo quarantacinquesimo compleanno, il primo aprile 1984, ma il ricordo della sua musica è ancora vivo nella memoria dei suoi fans, che sono ancora tantissimi, visto anche il successo degli innumerevoli greatest hits realizzati dopo la sua scomparsa. Ancora di più di altri giganti del soul, Marvin Gaye è stato forse il più emblematico degli artisti che hanno incarnato l’essenza della soul music. Ovvero l’incontro-scontro tra la pura spiritualità del gospel e la vocazione commerciale dell’industria discografica. Nato in una famiglia profondamente religiosa (il padre Marvin Senior era reverendo apostolico) inizia a cantare da giovane nel coro della chiesa, poi per strada nel gruppo dei Rainbows. Poco tempo dopo incontra una delle tre figure fondamentali nel suo percorso musicale, ovvero Harvey Fuqua, leader degli Harvey And The Moonglows, uno dei gruppi doo-wop più noti della East Coast, insieme ai quali registra il primo disco per la Chess Records nel 1959. Due anni dopo la svolta fondamentale per la sua carriera: l’incontro con Berry Gordy Jr, fondatore della Motown, etichetta che segnerà la storia della musica soul. Marvin registra nel 1961 per la Motown il suo primo album solista “The Soulful Moods Of Marvin Gaye”. La sua collaborazione con la Motown continuerà con numerosi successi nella top ten USA, anche e soprattutto in coppia con la cantante Tammi Terrell, terza figura fondamentale nella carriera di Marvin Gaye.Insieme hanno inciso numerosi pezzi improntati allo stile soul più sentimentale e melodico, secondo il filone iniziato da Sam Cooke, tutto incentrato sul tema dell’amore, come ad esempio “Ain’t No Mountain High Enough” e “Your Precious Love“. Oltre che con la Tarrell, scomparsa prematuramente nel 1970, Marvin Gaye ha inciso duetti con le più famose artiste r&b dell’epoca, da Mary Wells a Kim Weston fino a Diana Ross, con la quale ha inciso un intero album. Sin dagli esordi Marvin Gaye si è distinto come interprete dalla voce vellutata che incanta, la cui tecnica vocale del falsetto si è subito imposta come il suo “marchio di fabbrica”.
Dopo il periodo degli anni sessanta in cui le sue canzoni parlavano soprattutto di amore (del 1968 ad esempio è l’album “I Heard It Through the Grapevine” che probabilmente molti ricordano come tema del film “Il grande freddo”), nel 1971 esce “What’s Going On“, forse il suo capolavoro, un manifesto del soul anni Settanta, in cui Gaye approfondisce i temi sociali che travolgono i giovani americani dell’epoca. Nel 1973 esce “Let’s Get It On” disco inferiore al precedente ma che resta comunque tra le sue cose migliori, anche perchè gli album che lo seguiranno saranno sempre considerati lavori minori, in cui il tema centrale diventa una ricerca della sensualità, di raffinate atmosfere erotiche. La discografia complessiva di Marvin Gaye, escludendo le tante ristampe e raccolte uscite dopo la sua morte, conta alcune decine di album, tra i quali ne abbiamo scelto alcuni dei quali vi parliamo brevemente ed in rapida successione.

Into The Groove / I Heard It Trough The Grapevine (1968)

 

Negli anni sessanta i singoli contavano più degli album, che erano una collezione di riempitivi che consentivano all’artista di “battere il ferro” ed eventualmente amplificare il successo del 45 giri. Questo assunto, che valeva in ogni settore della musica popolare (e quindi anche per Hendrix,Beatles e Stones) era un vero e proprio comandamento per Barry Gordy, il boss della Motown (nonché cognato di Gaye, che ne aveva sposato la sorella). Dopo alcuni anni di duro lavoro in una fabbrica di automobili, Gordy trasferisce il proprio apprendistato e la schietta mentalità imprenditoriale nella etichetta per soli artisti neri da lui fondata.
Se aveste in tasca un dollaro, comprereste questo singolo o un panino ?” chiede Gordy alla commissione addetta al controllo della qualità del materiale Motown (tutto vero). E dal 1963 in avanti Marvin Gaye, ne vende parecchi di “panini” (da “Can I Get A Witness” a “It Takes Two“, o ancora “How Sweet Is To Be Loved By You” e “Ain’t No Mountain High Enough“), inarrivabili perle di raffinatezza per un interprete che riesce a far sentire ogni sfumatura di parole incredibilmente banali per i parametri odierni. Ma il singolo del 1968 intorno al quale è costruito l’album omonimo è una mini-rivoluzione per Gaye (e per i suoi autori). “I Heard It Trough The Grapevine” fu il primo brano scritto dalla nuova coppia di hit-makers (Norman Wihitfield/Barret Strong) scelta da Gordy per variare le proposte avanzate dalle sue precedenti galline dalle uova d’oro (la immortale sigla Holland-Dozier-Holland e Smokey Robinson). Provinata da una formazione minore della scuderia di Detroit, il brano raccoglie briciole sino a quando Gaye non ne dà la sua versione immortale ed è successo immediato (Lawrence Kasdan ne “Il Grande Freddo” del 1983 la immortalerà a suo modo, invero piuttosto macabro).
Ma il resto del disco mantiene questo tenore, con “At Last” dal serpeggiante arrangiamento alla Sly (il vero riferimento di Whitfield/Strong, ascoltare per credere i singoli confezionati ai Temptations) e altri gioielli vocali come “You” e “Chained“.
L’album “Into The Groove”  è forse meno ispirato ma parte con un singolo meraviglioso “Loving You Is Sweeter Than Ever” (scritto dall’amico fraterno, “Little” Stevie Wonder), e tutte le sei tracce di cui è composto contengono scintille di magia pura, grazie a quella inimitabile voce. Non c’è gara, se volete un’albo che testimoni della professionalità come interprete di Marvin (prima della rivoluzione come autore del 1971), questo è.

What’s Goin’ On (1971)

 

Nel 1971 esce “What’s Going On“, forse il capolavoro assoluto di Marvin Gaye, un manifesto del soul anni Settanta alla pari di “Songs in The Key Of Life” di Stevie Wonder. Al centro delle canzoni non è più la gioia di vivere, ma il timore per i cambiamenti in corso nella società di quegli anni, la guerra nel Vietnam e altro. L’album è pervaso dalla fede religiosa, la canzone “God Is Love” ne è un esempio, ma si parla anche dei problemi dei giovanissimi in “Save The Children“, della gente di colore in “Inner City Blues“,  o dell’inquinamento industriale (tema così in voga ai giorni nostri) in “Mercy Mercy Me (The Ecology)” una delle canzoni più conosciute di Marvin Gaye, insieme alla title track “What’s Goin’ On”. Un album generazionale, le cui musiche e tecniche vocali utilizzate sono ancora oggi punto di riferimento e d’ispirazione per molti artisti contemporanei, tra cui potremmo citare MaxwellErykah Badu o per certi versi Sade.

Diana And Marvin (1973)

 

Buona parte della carriera di Marvin Gaye è stata basata sulla sua capacità di mescolare i toni suadenti della sua immensa voce con quelli di un’ugola femminile. Durante gli anni ’60 questa formula ha portato a successi strepitosi nelle charts R&B e non solo. Nei cuori dei fan di tutto il mondo il posto d’onore spetta ai duetti che il nostro ha architettato con la sfortunata Tammy Tarrel (morta giovanissima per un tumore al cervello), valga per tutti quello strepitoso di “Ain’t No Mountain High Enough“, anche se non batte in fama “It Takes Two” con Kim Weston. “Diana and Marvin”  è album che giunge in un momento cruciale per Gaye: due anni dopo l’epocale dichiarazione d’indipendenza di “What’s Going On” e qualche mese prima del secondo capolavoro “Let’s Get It On” (senza contare la puntata d’obbligo nel territorio blaxploitation del ’72 con la soundtrack “Trouble Man“). Un album di duetti con quella che all’epoca è vista come la sua controparte femminile, Diana Ross ch è la manna dal cielo per la Motown. In effetti l’album vende bene ma non è quello che ci si aspetterebbe da simili mostri di bravura (anche attratti l’uno dall’altro). Malgrado tutto c’è una professionalità di fondo che commuove e due brani come “You Are Everything” e “Stop Look,Listen” ti sciolgono dal primo istante. Tappa interlocutoria per entrambi, ma grande soul.

Let’s Get It On (1973)

 

Gaye nel corso della sua carriera ha sperimentato ogni sorta di genere coniusciuto nell’ambito black, da quello confidenziale al rythm&blues, al gospel. Nei sottogeneri ha lasciato un segno indelebile. Se “Curtis” (la presa di coscienza di Curtis Mayfield del 1970) suonò rivoluzionaria per la black music, quell’universo non fu più lo stesso dopo il concept di Marvin dell’anno successivo, tanto che Curtis Mayfield dovrà accontentarsi di passare alla storia per il (meno valido) episodio blaxploitation di “SuperFly“.
Se la musica “sexy” ha il suo vate nel compianto Barry White, il testo sacro di questo genere è ancora una volta ascrivibile al genio di Marvin, che depura dalla grossolanità e dai vezzi commerciali la proposta di White consegnandoci quel capolavoro di sensualità che è “Let’s Get It On“. Sorvolando la portata dirompente della title-track, la cui importanza è stata rivelata alle nuove generazioni dall’accoppiata Nick Hornby-Stephen Frears in “Alta Fedeltà”, ogni secondo di questo album è un’ode all’atto sessuale tra persone consenzienti per elevarlo dalla dimensione materiale a quella spirituale. Non è “musica per fare l’amore” ma è musica che “fa” l’amore con l’apparato uditivo. Superfluo citare brani, ma dovendo il consiglio va all’irresistibile invito di “Come Get To This” e allo struggente desiderio per l’amore lontano di “Distant Lover“.

Here, My Dear / In Our Lifetime (1978 e 1981)

 

Le classifiche di R&B del 1978 (quelle che effettivamente contavano per la comunità di colore, quelle che i ragazzi del ghetto osservavano per acquistare i dischi, in seguito oggetto di campionamenti preziosi per la storia Hip-Hop) fecero registrare anche pagine di puro dolore. Quei 2 o 3 italiani che possono conoscere “Because I Love You” di Lenny Williams, un mirabile plagio dello stesso Marvin Gaye, sanno di cosa sto parlando. Ma il primato delle “pene d’amore” messe in musica spetta proprio a quest’ultimo con il disco “Here, My Dear“. Un doppio album registrato non per finalità artistiche ma per ottemperare ad accordi con il giudice che presiede alla sua causa di divorzio da Anna Gordy. Sono 14 brani in cui le sofferenze per la separazione, la fine di un amore, l’affidamento dei figli, nonché i contrasti con la sua nuova moglie (Jean) vengono passati in rassegna senza usare una sola metafora, ma sparati coraggiosamente in faccia all’ascoltatore sotto un tappeto di arrangiamenti superlativi. Marvin ha letteralmente composto con il cuore in mano (la complessa trama soul di “When Did I Stop Loving You“, la strepitosa ballad “Sparrow” e il singolo funk in odor di Earth Wind & Fire “Funky Space Reincarnation“). Altri tormenti per “In Our Lifetime“, disco concepito durante il volontario esilio tra Hawaii e Ostende (Belgio), tra fiumi di cocaina e dolorosi “tira e molla” con la nuova moglie. Doveva chiamarsi “Love Man” ma la Motown boicotta il progetto (pare molto più coraggioso) e preferisce i brani più commerciali. Pubblicato senza il suo consenso, diventa il simbolo di un ennesimo divorzio, quello dalla storica etichetta. E’ il disco più funky da lui mai realizzato. All’epoca un (prevedibile) fiasco, riascoltato oggi di una freschezza impressionante, soprattutto se paragonato alla svolta super-eighties dell’anno successivo (Midnight Love,1982). E poi “Ego Tripping Out” starebbe bene in qualsiasi film di Tarantino, e “Heavy Love Affair” è disco music concepita non per ballare ma per riflettere (e forse piangere).

Make Me Wanna Holler! (considerazioni finali).

 

Marvin ci ha lasciati nel 1984, ucciso da suo padre, (a vent’anni esatti dalla scomparsa di un’altra leggenda della musica black, Sam Cooke: anche per lui furono fatali dei colpi d’arma da fuoco). Nessuno ha raccolto la sua eredità perché la statura del personaggio non permette accostamenti reali (sarebbe come chiedere a qualcuno di raccogliere l’eredità di John Lennon o Bob Marley). Ma l’impatto della sua produzione rimane tangibile, in special modo se rapportato all’attuale mercato della musica di colore (lo stile vocale di Cody Chesnutttradisce reminiscenze impressionanti, ma anche l’hip hop paga dazio come dimostrato dal recente disco di Mayley Sparks, il cui primo singolo estratto gira su un campione di “I Want You“). Per chi volesse accostarsi ad una produzione ampia e frastagliata, il consiglio è di non affidarsi alle stantie compilation proposte con cadenza impressionante dalla Motown ma di fidarsi dell’istinto e partire magari dalle copertine (che è poi il sistema generico per rimanere sotto l’incantesimo di ogni grande artista). L’amore conosce vie misteriose e pochi altri artisti hanno parlato dell’amore nelle sue più infinite sfumature come ha saputo fare Marvin Gaye.
Greg Dulli, ex Afghan Wighs (ora nei Twillight Singers) ha cercato di tradurre presso le nuove generazioni la propria passione per la soul music. Sentite come apriva un proprio brano di qualche anno fa: Hey…. Welcome home / I got a litte wine / Some Marvin Gaye {…..} Let’s Get it On!.

Articolo di Alessandro Bertolotti & Manuel [BIG] Zotti

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