Mangiare e bere. Letame e morte

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Davide Iodice torna, con Mangiare e Bere. Letame e morte a Napoli, per il trentennale della Sala Assoli di Napoli, nelle vesti di regista e drammaturgo. Una performance di teatro-danza per una sola attrice, Alessandra Fabbri, prodotto da Interno5, che ha raccolto gli applausi di platee prestigiose come “Primavera dei teatri” e “Benevento Città Spettacolo”.

Davide Iodice ha lavorato, dal 1995 al 1999, con il Centro di Ricerca Teatro Nuovo di Napoli, per questo motivo ha voluto festeggiare, con un lavoro intenso, i trent’anni di una delle sale della sperimentazione napoletana. Regista sensazionalista, il suo teatro unisce, da sempre, narrazione e performance e, anche in Mangiare e bere. Letame e morte, unisce la storia di un pappagallo femmina, che soffre per la perdita del suo compagno, a dei movimenti che sottolineano la traccia drammaturgica.

Davide Iodice mira a un teatro etologico, coraggioso, imperfetto. Pochi oggetti di scena lasciano spazio alla fisicità di Alessandra Fabbri, alla sua danza che imita la solitudine del pappagallo, simile a quella di un animale da palcoscenico. Ed è qui che sposta letteralmente, di colpo, il piano della comprensione: l’animale da palcoscenico deve stupire il pubblico e farebbe di tutto pur di accaparrarsi i suoi favori e gli applausi. La Fabbri comincia, quindi, a lanciare palline fino ad arrivare ad un nudo integrale. Infatti l’opera dell’artista, nel momento in cui viene condivisa con una platea, diventa di tutti e l’Io dell’Attore si atomizza al punto da minare anche la propria integrità mentale e morale. Allo stesso tempo, però, si reinventa e si riscrive sul palco fabbricandosi un pene d’argilla o un naso posticcio, assecondando le esigenze espressive del proprio corpo.

Mangiare e bere. Letame e morte è un lavoro di concetto, teorico, che riassume la poetica visionaria di Iodice tentando un diverso approccio drammaturgico: le parole del testo, questa volta, sono tradotte in danza e non in immagini suggestive. Eppure manca qualcosa: le tracce audio off, che spiegano, talvolta didatticamente, i movimenti della danzatrice sono inutili; i quadri non sono ben collegati tra loro e, in un paio di occasioni, la scrittura di scena appare forzata pur di favorire un trait d’union. Restano le suggestioni, alcuni passaggi spiazzanti, l’idea di mettere in scena il punto di vista dell’attore – un Servo di scena danzato senza l’addio – e un omaggio, molto personale, al Teatro e alle arti sceniche.

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