MakeAnObject, la mostra di Maurizio Casirati al PAN

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Entrare in sintonia con le opere di Maurizio Casirati è semplice ed immediato. Ciò che si avverte con chiarezza è un approccio materico e senza orpelli, che agisce direttamente sulle nostre sensazioni più profonde. In questi giorni e fino al 2 giugno, il PAN| Palazzo delle Arti di Napoli ha dedicato l’area loft ad una fantastica mostra antologica dell’autore di Cassano d’Adda intitolata MakeAnObject, che poi è anche il nome d’arte di Casirati.

Quelli che in gergo vengono definiti materiali di recupero (vecchi oggetti, marmi e vari tipi di legno) sono la materia prima prediletta dall’artista, che li plasma e li scolpisce fino a renderli delle forme semplici e armoniose, che non vanno alla ricerca di significati complessi, ma esprimono la bellezza nella sua accezione più pura. È il caso di Gi, scultura realizzata in tufo nero che rappresenta la moglie dell’artista – Gi è il suo soprannome – e ruotandola si può scorgere il sinuoso profilo di una schiena. Un’attenzione particolare, quindi, è dedicata agli affetti e alle passioni di Casirati: tra le opere esposte troviamo P.S. Hoffmann, un commovente ritratto che omaggia il poliedrico Philip Seymour Hoffmann. La particolarità del dipinto consiste nella sua superficie irregolare, che simboleggia la morte tragica e prematura a cui l’attore è andato incontro.

Proseguendo lungo un ideale percorso dedicato ai sentimenti, ci ritroviamo davanti ad un altro dipinto, Exploitation, una sorta di pazzesco collage che unisce la rappresentazione di citazioni estrapolate da vari film – per poterlo realizzare, Casirati ne ha visti ben quattrocento! – che esprime appieno quello che era il suo immaginario negli anni Settanta.

Sono comunque le eccellenti sculture a dominare la scena e tra esperimenti su marmo, dolci forme scolpite nel granito rosa e infiniti giochi fra le venature del legno, c’è davvero tanto da ammirare. La predominanza di sculture dipende soprattutto dal relativamente recente impegno pittorico dell’artista, anche se i risultati sono davvero sbalorditivi: basta dare un’occhiata al polittico composto da nove elementi a tema Ingmar Bergman per capire di cosa sto parlando.
E non è finita qui. Allontanandosi dalle sale più affollate e dai flash delle fotocamere, si entra nella piccola saletta delle lampade, un ambiente fiocamente illuminato dove luci e forme diventano un tutt’uno e il nostro tour esperienziale può finalmente dirsi completo.

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