L’uomo che dava da bere alle farfalle

L'Uomo che Dava da Bere alle Farfalle - Compañía TeatroCinema25, 26, 27 giugno / Teatro San Ferdinando / ore 20.30 / durata 2 h 10 m circatesto e regia Juan Carlos Zagal / produzione Napoli Teatro Festival Italia / in coproduzione con Edinburgh International Festival, Festival Santiago a Mil, Scène Nationale de Sète et du Bassin de Thau, Le Manège Mons - Centre Dramatique, Fondo per lo Sviluppo delle Arti/Governo del Cile / in collaborazione con Rai Centro di Produzione di Napoli, Iberescena / paese Belgio, Cile, Francia, Scozia, Italia / lingua spagnolo (con sottotitoli in italiano) / PRIMA ASSOLUTA

Ci sono spettacoli che impongono una seria riflessione su cosa sia il teatro. L’uomo che dava da bere alle farfalle, di Juan Carlos Zagal è uno di questi. Due grandi teli, fungenti da schermi, sono collocati sul palco. Tra di essi c’è lo spazio per gli attori. Questi ultimi seguono e continuano le azioni delle figure proiettate sullo schermo antistante, mentre su quello retrostante si alternano le proiezioni degli sfondi.

Con questa tecnica viene narrata la storia del vecchio Filippo, instancabile sognatore, che corre nella frenetica ed indifferente metropoli per nutrire per l’ultima volta le farfalle del mondo con un prezioso e vitale nettare. Ai piedi di una statua di un glorioso guerriero egli tuttavia si accascia e viene soccorso da un giovane regista e dai suoi attori, alle prese con le riprese di un’antica vicenda d’amore a cui manca ancora un degno finale. Nel contempo si dipana un lungo flashback che delinea meglio la storia del regista, alle prese con lo stato vegetativo persistente della donna amata, immobile in un grigio letto di ospedale. Sarà l’ultimo luccichio del nettare del vecchio Filippo a dar vita a una nuova farfalla (e parallelamente a ridarla alla donna malata), mentre la sua si spegne. Un intreccio per certi versi commovente, che tuttavia risulta ampiamente prevedibile, sfociando nel melodrammatico.

Ciò che risalta maggiormente è la scelta tecnica di usare una commistione di video ad alta definizione manipolati in post-produzione digitale e recitazione teatrale. E’ un tentativo di definire una frontiera ancora solo in parte esplorata. Purtroppo appare un tentativo fallito. E’ apprezzabile la cura del particolare dei video, ma non si riesce più a ritrovare l’impronta della recitazione. Lo spazio lasciato a quest’ultima è minimo e non lascia nemmeno il tempo agli attori di entrare nella parte che subito li condanna ad essere sostituiti dai video. Si ricerca una via di mezzo tra il cinema e il teatro che finisce per perdere sia le peculiarità del primo che del secondo. Il video perde ogni velleità registica e punta sulla spettacolarizzazione delle immagini manipolate. Il teatro, dal canto suo è, sia fisicamente che concettualmente, relegato in un angusto spazio tra due schermi.

Non è il teatro che, grazie alla competenza dell’attore, riesce a ricreare un intero mondo di oggetti, luoghi, situazioni. E’ un teatro con sfondi e intere scene già configurati dalle immagini dei video, persino nel loro mutare nel corso della narrazione. La capacità immaginativa dello spettatore rimane non sfruttata: tutto è già preconfezionato. All’attore non resta che affannarsi inseguendo una rappresentazione che dà l’impressione di poter fare totalmente a meno del suo ruolo. Quello di Zagal rimane un esperimento degno di interesse, che senza dubbi ha travalicato i confini della rappresentazione teatrale classica, ma che non ha saputo trovare alcun approdo convincente.

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