Luca De Fusco: il teatro è uno dei settori meno in crisi

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Luca De Fusco è un regista teatrale, un organizzatore culturale, è il direttore del Teatro Stabile di Napoli dal 2011 ed è stato il direttore artistico del Napoli Teatro Festival. Conosciuto per aver creato il Festival delle Ville Vesuviane nel 1985, esperienza poi conclusasi nel 1993, De Fusco ha diretto anche il Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni per due mandati (2000 e 2005) e ha dato origine agli Olimpici del Teatro, poi trasformatosi ne Le Maschere del Teatro. Attualmente in tournée con Orestea, come regista ha affrontato molti classici che ha portato in giro per il mondo.

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo lei, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

Non vorrei risultare come un ottimista ma, in una situazione di crisi generale della società, mi sembra che il teatro sia uno dei settori meno in crisi e, comunque, non vive una situazione gloriosa. La gente va a teatro, c’è grande vivacità ma, in buona sostanza, c’è un problema relativo al pubblico italiano: a teatro o vanno i giovanissimi o gli anziani. I quarantenni e i cinquantenni sono meno disponibili ad assistere ad uno spettacolo teatrale. Rapportata, poi, alla crisi politica che sta vivendo il nostro paese, alla mancanza di punti di riferimento politici e alla debolezza del nostro cinema, la situazione teatrale è paradossalmente migliore.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Con la morte di Ronconi e Castri siamo tutti orfani di patriarchi. Con loro, sono andate via le loro idee forti e noi abbiamo perduto due importanti punti di riferimento. Fatto salvo Maurizio Scaparro, la generazione di punta, oggi, è quella dei sessantenni, a cui appartengo, che, però, non è a livello di questi grandi maestri. Anche a livello politico, c’è una forte differenza culturale tra la generazione dei leader europei degli anni ‘80 e quella di oggi (un esempio su tutti, tra Mitterand e Sarkozy), ragion per cui credo che stiamo vivendo proprio una crisi antropologica, altrimenti non avremmo paura di Trump. Il teatro, però, fa parte della nostra cultura profonda e ha radici più solide.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

La funzione sociale del teatro è quella di essere uno spazio di riflessione, se possibile di piacere (non uso la parola “divertimento”) ed è una delle ultime occasioni per essere vicini fisicamente ad un’altra persona. Il teatro è sempre stato il baluardo di grandi cambiamenti e sono fortemente convinto che lo sarà ancora.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Siamo in attesa, non c’è dubbio. Stiamo vivendo un’epoca di transizione ma ci sono segnali di cambiamento. Personalmente, ho puntato sulla tragedia greca e il fatto di avere una grande risposta di pubblico, sia durante le repliche estive che d’inverno e in tournée, mi ha sorpreso.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

Lo stato non sostiene tutti e, invece, dovrebbe farlo. Faccio un esempio: non tutti beneficiano del Chiostro di Santa Chiara eppure questa non è una buona ragione per mandarlo in malora. La comunità paese ha il diritto di poter usufruire di tutti gli spazi teatrali.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo lei

Per quanto mi riguarda, per lo Stabile, abbiamo tempi di erogazione di due anni più lenti rispetto agli altri teatri nazionali. E visto che la nuova riforma punta molto sulla competizione, mi è difficile “gareggiare” con pagamenti da fare ancora per il 2014. I due stabili di Catania e Palermo, ad esempio, vivono condizioni peggiori della nostra mentre, invece, Roma è spaccata in due. Quindi è importante puntare su misure che possano appianare tutto questo.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

Ho già accennato a qualcosa nelle risposte precedenti. Esiste, comunque, un problema italiano di riluttanza alle novità drammaturgiche e dipende dai produttori, dagli organizzatori e, faccio mea culpa, dai direttori degli stabili. Oggi, però, c’è tanto narcisismo nelle proposte teatrali al punto che le presenze, a teatro, in molti casi, sono scemate. Esiste questo problema e va affrontato assieme ma non dipende dal testo classico. Il teatro deve essere portatore di bisogni culturali primari e di valori condivisibili e questa cosa non può essere offuscata.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

Lo Stato è sempre stato “un dittatore”, sin dai primi tempi e ha sempre condizionato il gusto estetico di un paese. Per questo, gli spettacoli di prosa non si sono mai ripagati dal prezzo del biglietto perché è lo Stato che deve supportare il teatro e la cultura, fa parte della sua missione. “Normale”, quindi, che la faccia da padrone ma è sempre stato così. Michel Guy, nel 1972, ha potuto fondare il Festival d’Automne a Parigi grazie all’appoggio politico di Pompidou, che era suo amico. La politica a venire e Mitterand hanno riconosciuto il valore culturale del festival ed è diventato di punta in Francia. Ecco, dipende sempre dalla cultura di chi sta al potere, da come sfrutta la governance. Io mi sento più sereno di essere proprietà dello Stato perché, almeno, non devo rispondere agli interessi di un privato che funge da sponsor.

L’argomento, comunque, è delicato e complesso: dal punto di vista, invece, dei gruppi teatrali, ci sono stati dei collettivi facenti capo a grandi guru del pensiero teatrale, costituiti come una sorta di lobby e che hanno avuto sempre un grande peso, anche quando hanno perso. Anche in quel caso c’è una “dittatura teatrale”. Però, da questo punto di vista, il teatro ha una variabile misurabile: se la politica teatrale non ha come obiettivo il pubblico, non guarda ad esso, questo non va a teatro. In caso contrario, stai lavorando bene. Certo, puoi avere una risposta del pubblico anche facendo spettacoli stupidi, commerciali, televisivi ma un direttore artistico deve avere la maturità di evitare tutto questo e trovare un’altra strada.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

In realtà si trovano spesso punti di incontro ma si perdono anche. Il teatro è comunicazione, un punto che non si trova sempre nelle altre arti. Il teatro è l’unico linguaggio artistico che, se non viene guardato, non esiste. Se nessuno va a teatro a guardare uno spettacolo, questo non si tiene, a differenza di un quadro. È come nei “quadri specchianti” di Pistoletto, dove, nell’opera, viene incluso lo spettatore. Il teatro è costantemente guardato dal pubblico che, in esso, si ritrova.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

Importantissimo: direi, addirittura, essenziale. Credo che ci siano esempi mirabili del Piccolo, che ha avuto la capacità di formare un gusto teatrale. Prendiamo ad esempio questa riforma, che ha tanti punti che non vanno ma può costituire una base per far incontrare le esigenze di attori e spettatori.

 

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