Love Bombing, l’Isis di Miale Di Mauro in Occidente

love bombing

Dopo il successo di Educazione Siberiana, esordio letterario di Nicolai Lilin, e 12 baci sulla bocca, il regista e sceneggiatore napoletano Giuseppe Miale di Mauro torna con Love Bombing, una produzione Nest Napoli Est Teatro in collaborazione con Blu Teatro.

L’intera vicenda si svolge all’interno di un bunker in cui cinque uomini lottano per la sopravvivenza in un mondo immaginario ormai invaso dai soldati jihadisti, mossi da quel fondamentalismo religioso che ha portato ad un inevitabile sterminio di massa.

Un “Olocausto 2.0”, una nuova “crociata”. Ora però è tutto ribaltato. Noi, l’Occidente “civilizzato”, ci troviamo dalla parte della lama. L’atmosfera ricreata è volutamente distopica, collocata in continuità con gli attuali processi storici in cui vengono amplificate le tendenze negative del presente e che quindi portano ad una degenerazione e un’involuzione della società. È un espediente usato dal regista per mantenere un approccio critico con la realtà che ci circonda invitandoci a non sottovalutarne la portata. “Solo perché non accade qui non significa che non stia accadendo” recitava lo slogan di una campagna di Save the Children che invitava alla mobilitazione globale per i bambini siriani afflitti da continue guerre. Love Bombing si sofferma proprio sulla probabilità che ben presto il mondo intero possa fare i conti con questo dramma. Lo scopo è quello di risvegliare le coscienze dei “dormienti”.

In quel bunker infatti è ricreata la realtà esterna grazie anche ai personaggi che vanno a completarne il quadro. Ognuno non è messo lì a caso ma rappresentano degli stereotipi ben definiti che aiutano a rendere il messaggio ancora più diretto. Un agglomerato umano in forma primitiva, e da qui la scelta della particolare scenografia di Carmine Guarino che costringe i cinque protagonisti a recitare ricurvi proprio a voler rendere questa involuzione ancora più evidente. Non sono più uomini. Le circostanze hanno voluto che si trasformassero da “uomini viventi in vivi morenti”. Lo spazio sintetizza eventi, comportamenti ed emozioni. I cambi di scena sono curati al massimo con giochi di luci e ombre in slow motion accompagnati da una colonna sonora moderna che spazia dai Pink Floyd a Simon&Garfunkel. Sono potenti, diretti e la frenesia che li contraddistingue riesce a non renderli per nulla banali. Non ci sono vuoti nemmeno nei silenzi. È la musica che si fa portavoce, completa la rappresentazione e dialoga col pubblico.

Qui si dipanano le storie di Giovanni, l’Ergastolano (Gennaro Di Colandrea), uomo dal passato turbolento animato da un irrefrenabile desiderio di vendetta e per questo sarà un elemento destabilizzante all’interno del gruppo; Luca, il Falco (Giuseppe Gaudino), prende le redini della situazione fin da subito configurandosi quasi come leader; Matteo, ‘O Guaglione (Adriano Pantaleo), giovane e ingenuo fratello di Luca che in tutto questo contesto di disperazione e desolazione è forse il personaggio che ci fa più tenerezza e che reagisce con autentica paura alle minacce che vengono dall’esterno; Davide, il Pediatra (Andrea Vellotti), uomo di scienza che combatte in silenzio e quasi in disparte i demoni che si porta dietro; infine Pietro, l’Avvocato (Stefano Jotti) malato terminale,personaggio centrale per quello che rappresenta, è un uomo di legge ed in quanto tale il suo scopo è quello di restaurare un ordine morale e legale all’interno di quel microcosmo. Lo status quo viene ribaltato dal rapimento di un Mujahideen (Giovanni Serratore).

Cosa fare ora? Ucciderlo o tenerlo in vita? Torturarlo o mostrare clemenza?

La guerra è una malattia e il terrorismo il virus dei nostri giorni che inevitabilmente ci condiziona e ci rende delle bestie. Ce lo spiega Pietro che si fa portavoce dei “sapienti”,che si rifà a delle leggi e ad una morale quasi anacronistica in quel contesto. Cita la costituzione, parla di giustizia quasi a non volersi rassegnare, quasi come se quella possa essere l’unica strada per la salvezza. Continuare a essere “umani”, non importa se vivi o morti. È l’unica cosa che resta ormai: la morale, i valori, la dignità. Alla fine sceglie il suicidio, come uno stoico, extrema ratio per salvaguardare la propria integrità.

Tutto muore alla fine e non resta nulla di quello che c’era.

C’è solo del sangue sulle nostre mani e , come recita Macbeth, il racconto di “una storia piena di rumori e di rabbia, che non significa niente”.

“Siamo tutti schiavi del destino: qualcuno è legato con una lunga catena d’oro, altri con una catena corta e di vile metallo. Ma che importanza ha? La medesima prigione rinchiude tutti e sono incatenati anche coloro che tengono incatenati gli altri.”

 

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