L’imperatore e l’assassino: recensione e trailer

Presentato nella passata edizione del Festival di Cannes, il kolossal storico di Chen Kaige L’Imperatore e L’Assassino arriva nelle sale italiane con pesante ritardo, ma è tanto preziosa la sostanza del film da farci dimenticare la protervia della distribuzione, l’insensatezza del doppiaggio, la miopia degli esercenti, la paradossale assenza di un pubblico reale. Nell’anno delle opere di “riepilogo” del cinema occidentale (Magnolia, Eyes Wide Shut) il regista cinese effettua un’operazione analoga compilando (con mano da gigante) un elenco di stili e di figure retoriche, strettamente funzionali ad un genere, quello epico, praticamente reinventato mediante gli innesti più audaci.
I fatti del film si svolgono nel III secolo a.C. in Cina, in un’epoca di grandi tumulti e divisioni interne che vede l’affermarsi di un leader che abbraccia un ambizioso progetto di unificazione dei sette stati dominanti: si tratta di Qin Shi Huangdi, eroe dalla psicologia complessa in cui confluiscono i tratti di personaggi della Storia come della Tragedia. Nella sequenza di apertura (impressionante impatto visivo delle masse in lotta, virtuosistiche riprese di una battaglia con la macchina da presa a gareggiare in destrezza coi cavalieri del regno) c’è già tutta la potenza di un linguaggio che in corso d’opera saprà assumere molte forme; lo spirito di geometria è certamente la guida di un cinema molto attento alle composizioni assiali, ed eccezionalmente studiato nelle operazioni di messa in quadro e messa in scena.

Lo spazio della corte è uno spazio metafisico imbevuto di ombre, nelle quali s’agitano i personaggi individuati dall’illuminazione teatrale: dietro di loro, fughe prospettiche di ambienti assai elaborati si offrono ad una regia che lavora costantemente sulla profondità di campo, sia attraverso la disposizione dei corpi e degli oggetti, sia attraverso la dislocazione delle fonti luminose. La geometria delle truppe, sintetizzata nelle sagome sul tavolo delle strategie (come accadeva nel Il Principe Di Homburg di Bellocchio), è anche quella dei procedimenti narrativi: imperatore/assassino, uomo/donna, passato/presente sono le tensioni che animano il racconto, ed ognuna merita una breve considerazione. L’imperatore Qin intraprende il disegno di unificare la Cina in un momento particolare: la sua donna, Lady Zhao (l’attrice Gong Li), sta per abbandonarlo ed egli si sente perduto. Per trattenerla, solo per questo, egli le chiede aiuto, piegando il proprio disegno alle ragioni del cuore; in verità, quando Zhao annuncia a Qin la separazione imminente, egli diventa pazzo: ecco il teatro della follia (Re Lear) con le tresche, le guerre, gli intrighi, le distruzioni che seguono ad una perdita di senno, nell’istante cinematograficamente nitido dell’abbandono. Da quell’istante l’imperatore decide di sostituire la persona che lo abbandona con un altro Sè, violento, vendicativo (il “bestwerk” o “bestia dentro” delle saghe medievali nordiche): il trasferimento emotivo dell’imperatore da Eros (l’io che ha amato e ben governato) a Thanatos (l’io scisso assetato di sangue) avviene con l’evidenza del distacco, il cui potere devastante supera persino la presa di coscienza delle origini (il “nome del padre”). Allora il confronto tra imperatore e assassino è già il raddoppiamento di un conflitto interiore, l’immagine dell’altro in sé come nemico.

Ad altre valutazioni ci conduce la relazione tra il tempo della diegesi e il presente storico: è evidente che il cinema per Chen Kaige è (anche) esercizio del pensiero critico teso a rinvenire nella Storia i fattori che hanno prodotto i fatti, i criteri del vero e del falso, del progresso e della regressione (e non sarà difficile leggere nel giudizio sulla necessità storica della prima unificazione cinese, un conseguente giudizio sull’ultima). Nel far questo il regista s’ispira a Sergej Ejzenstein di cui riprende variamente gli assunti formali e ideologici: l’incompiuto messicano e, più in profondità, Aleksandr Nevskij sembrano le fonti più utilizzate.
L’Imperatore e L’Assassino, film di rara bellezza e potenza, rilancia la sfida all’immaginario occidentale, autoreferenziale e ipertrofico; l’Occidente risponde con l’ostracismo dei circuiti commerciali, con l’indifferenza del mercato come legge di natura (e si legga, a questo proposito, la lucidissima analisi condotta da Paolo Vernaglione in “Filmcritica” 501/502). Ma a chiunque oggi, fuori da ogni pregiudizio culturale, voglia sapere com’è fatto un capolavoro del cinema, consigliamo di andare a vedere il film di Chen Kaige

L’imperatore e l’assassino: trailer del film

Articolo di Luca Bandirali (reVision)

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