Libero De Martino: il teatro è in crisi perché non si riesce a realizzare un teatro della crisi

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Libero de Martino si occupa da 30 anni di teatro di ricerca e per l’infanzia e la gioventù e di formazione teatrale. Collabora con numerose compagnie tra cui: Marcovaldo, l’Arcolaio, Compagnia degli Sbuffi, Animazione ’90, Lanterna Magica, Le Nuvole-Edenlandia, dove lavora come attore, assistente alla regia o regista al fianco di numerosi registi tra i quali Francesco Silvestri, Michele Monetta, Lucio Beffi, Massimo Perez, Giancarlo Corbelli, Costa Gavras.

Vanta significative esperienze come mimo presso l’Ente Teatro S. Carlo di Napoli. Scrive numerosi testi teatrali. Tiene stages sul clown sul teatro gestuale e sull’animazione teatrale. Fonda la compagnia Balagancik Teatro. E’ formatore per docenti sulle tecniche di mediazione teatrale presso l’I.R.R.S.A.E.
Ha scritto e diretto numerosi spettacoli, i suoi lavori più rappresentativi sono I fiori del Kaos da L’uomo dal fiore in bocca, La carriola e Il marito di mia moglie di L. Pirandello, Tingel contro Tangel da K. Valentin, Orsù da L’orso di A. Cechov, La femme acéphale dalla prosa omonima di J. Prevert, I destini incrociati da I. Calvino, La fidanzata di cartone dai Drammi Lirici di A. Blok, B.B. Scene d’amore da B. Brecht

 

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

Innanzitutto bisogna dire che da quando mi occupo professionalmente di teatro, ovvero dagli inizi degli anni ottanta, ho sempre sentito parlare di crisi del teatro; e, sorprendentemente i più attivi nel lamentare tale crisi sono sempre stati i beneficiari di qualche tipo di finanziamento che, a loro dire, non era mai sufficiente. Nel corso degli anni, la sensazione di lavorare in un settore in crisi non solo non è mutata ma viene percepita sempre più forte, dunque si può facilmente immaginare che, nonostante la gravità della crisi attuale, la situazione possa in futuro solamente peggiorare. Fortunatamente però questa riflessione non si basa su dati “oggettivi” ma sulla percezione della crisi del settore e, molto probabilmente, è dovuta alla tendenza al lamento, o peggio ancora al tentativo di nascondere i propri limiti dietro la parola crisi. Detto ciò, a mio avviso, l’attuale crisi del teatro andrebbe soprattutto imputata alla sempre crescente incapacità di di-vertire che come recita il Treccani vuol dire “ricreare lo spirito distraendolo da altri pensieri; interessare piacevolmente” e quindi citando B. Brecht: “Volete che paghiamo? Dovete divertirci” . La mia impressione è che oggi si produce avendo quale riferimento non il pubblico che assisterà allo spettacolo, ma piuttosto il gradimento degli sponsor, il plauso della critica e degli addetti ai lavori. Mi capita sempre più spesso di assistere ad uno spettacolo e ritrovarmi in sala solo con persone che si occupano di teatro, sicché il tutto si riduce ad una mera convivialità. Il termometro della crisi, lo si può ottenere rispondendo a qualche semplice domanda: “Cosa sa il nostro barbiere, il macellaio all’angolo, la vicina di casa, il garzone dell’autolavaggio del nostro lavoro? Hanno mai visto un nostro spettacolo? Ci hanno mai chiesto come è andata l’ultima recita? Quale sarà il prossimo spettacolo?” Se queste domande ricevono la risposta che immagino, allora vuol dire che in partenza abbiamo già deciso che il nostro pubblico deve essere intellettualmente eletto, raffinato, esperto di teatro e, soprattutto, lontano dal nostro quotidiano.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Se parliamo di poetiche, di ricerca, di sensibilità, di capacità di rappresentare e, soprattutto, di raccontare con i linguaggi della scena, la mia risposta è assolutamente no. Le idee forti, come quelle deboli non sono mai mancate e, a sostegno di tale convinzione porto semplicemente il fatto che, nonostante tutto, il teatro esiste ancora.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Siamo in un epoca di paradossi. Passiamo le giornate attaccati alla televisione a seguire programmi di calcio, di cucina e talent show e poi facciamo una vita sedentaria, mangiamo cibi pronti per evitare di cucinare e non abbiamo tempo per fermarci cinque minuti a guardare l’esibizione di un artista di strada.
Siamo connessi attraverso lo smartphone a migliaia di contatti e non riusciamo a scambiare due parole con il nostro vicino di tavola. Fino a qualche settimana fa era diventata virale la foto di un ristorante che aveva esposto un cartello che recitava: “ Non ho il wifi, parlate tra di voi”. Adesso ne gira una veramente feroce, dello stesso cartello che dice: “Ho sentito i vostri discorsi ed ho riacceso il wifi”.
Il vero paradosso però, sta nel fatto che nonostante tutti avvertiamo un profondo disagio per questa situazione, e di conseguenza riconosciamo al teatro una importante funzione aggregativa, una capacità di sollevare questioni, di scoprire problemi di generare riflessioni che possano in qualche modo allentare la morsa dell’indolenza che ci opprime, le sale rimangono desolatamente ancora vuote.
Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Il rinnovamento del teatro, è un dato di fatto. Anzi, forse oggi il teatro si rinnova più di quanto dovrebbe, nel senso che non ci diamo nemmeno il tempo per una vera “ricerca” che riesca a scandagliare tutte le possibilità espressive di un’idea di teatro che già sentiamo l’esigenza di cambiare. Il risultato è che, a queste velocità, il continuo cambiamento porta sempre a un ristagno e a un riciclo sempre delle stesse idee. Non so se arriverà un modello culturale che riesca a scuotere le coscienze, ma so per certo che siamo in attesa. Siamo in attesa di un qualcosa che non sappiamo ancora cos’è; saranno forse le “navi” di Blok, gli “ospiti” di Ionesco o quel famoso Godot?

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

Lo Stato ci fa credere di spendere qualche soldo per il teatro, sicuramente lo fa per qualche teatrante, ma evidentemente sono soldi spesi male, che hanno un rapporto costo/beneficio (se per beneficio si intende diffondere la pratica e la cultura del teatro) bassissimo.
Il problema di fondo è che lo Stato ritiene che i suoi cittadini siano incapaci di scegliere. Io penserei ad un modo per distribuire il FUS direttamente ai cittadini sotto forma di voucher da spendere liberamente nei teatri.
Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.

Le cose da fare sarebbero tantissime, ma bisognerebbe innanzitutto cercare di far innamorare il pubblico del teatro. Si dovrebbe poi cercare di valorizzare le innumerevoli “micro sale”. Sto parlando di quei teatrini da 30 o 40 posti, che oltre a fare spesso della “vera” ricerca teatrale, svolgono soprattutto un eroico lavoro di prossimità con il pubblico in condizioni veramente difficili, talvolta addirittura nell’illegalità per la mancanza di norme che le disciplini.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

Ha senso mettere in scena tutto ciò che racconta una storia degna di essere raccontata e interessante da essere ascoltata.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

Di dittatura forse no, ma il teatro non sfugge all’incombente ombra di molti potentati.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

Forse il teatro è in crisi proprio perché non si riesce a realizzare un teatro della crisi. A parte il gioco di parole, il problema è che oggi il teatro tende alla frammentazione: ciascuno cerca di mettersi in proprio, di coltivare il proprio orticello, di tenere per sé le poche risorse realizzando però modesti risultati. Realtà importanti come il Potlach, il Kismet, Fontemaggiore, si sono realizzate perché c’è stata capacità di aggregazione, condivisione di idee, spazi e risorse. Inoltre ci sono tanti colleghi che fanno teatro senza una vera vocazione o meglio come diceva Lucio Beffi, senza Amore, ma solo perché non sono riusciti o sono in attesa di fare altro. Quanti smetterebbero di fare teatro se gli si offrisse un posto di lavoro sicuro e ben retribuito?

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

Tanto quanto è importante l’altro in un rapporto d’amore. Senza spettatore (e per spettatore intendo pubblico vero, non fatto da parenti, amici e adulatori) il teatro sarebbe un’attività onanistica.
Il rapporto tra attore e spettatore si svolge soprattutto su un piano emotivo, chi fa teatro dona qualcosa al pubblico e qualcos’altro ne riceve in cambio; in questo do ut des l’attore forma il pubblico e il pubblico forma l’attore.
Extra: Prima di salutarti/vi, ringraziandoti/vi per la collaborazione, ti/vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale? Come immaginate la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

Il teatro ti da la possibilità di scrivere un pensiero con i suoni, i colori, le forme, i gesti, le luci… Io farò teatro finché avrò dei pensieri da scrivere.
Mi sono innamorato del teatro da bambino vedendo per strada gli spettacoli di burattini dei fratelli Ferraioli. Una testa di legno, un guanto e soprattutto un movimento ritmico avevano la capacità di aprire le porte alla mia immaginazione. Se devo pensare al teatro in futuro, non riesco a non pensare alla progressiva scomparsa delle famiglie d’Arte. Ho paura che nei prossimi anni dovremmo assistere impotenti a questa inestimabile perdita per il patrimonio culturale del nostro paese.

 

 

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