Il modo di dire addio, il commosso congedo a Leonard Cohen

il modo di dire addio Leonard Cohen

“There is a crack in everything, that’s how the light gets in.”

Così canta Leonard Cohen in Anthem. C’è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce.

Sembra non aver fatto altro che ripetere questo, con la sua musica.

Cohen non si è mai tirato indietro davanti al dolore. L’ha affrontato sempre, ci si è immerso fino al collo, l’ha accarezzato con la sua voce profonda e acuminata. La voce con cui ha perdonato l’amico di una vita che ha amato la sua donna in Famous blue raincoat, con cui ha innalzato inni a Dio durante l’amplesso in Hallelujah, con cui si è piegato a qualsiasi compromesso in I’m your man, con cui ha danzato sulle ceneri dell’Olocausto in Dance me to the end of love, con cui ha chiamato la sua adorata Marianne in So long, Marianne.

Con cui ha detto addio a tutti prima di lasciare questo mondo in Leaving the table.

La sua canzone più significativa, però, per lui resta Bird on the wire.

I have tried in my way to be free.”

Ho cercato di essere libero. Come un uccello. Come un ubriaco.

Lo confessa in Il modo di dire addio (ilSaggiatore, tradotto da Camilla Pieretti) curato da Jeff Burger, una raccolta appena pubblicata in Italia di conversazioni e interviste con i giornalisti lungo l’arco della sua vita. L’introduzione è di Suzanne Vega e l’emozionante lettera iniziale di Francesco Bianconi dei Baustelle: Ho divorato le interviste in tre notti, in uno stato di febbrile eccitazione.

Leonard Cohen nasce nel 1934 da una famiglia d’ebrei immigrata in Canada. Sua madre ha origini lituane, suo nonno è uno scrittore talmudico. Suo padre muore quando lui ha appena 9 anni. Era un sarto. Cohen, per ricordarlo, indosserà sempre dei completi. Cresce tra libri ed ebraismo, studia letteratura inglese, comincia a scrivere poesie. Vorrebbe dire tutto ciò che c’è da dire in una sola parola. Odia quanto può accadere tra l’inizio e la fine di una frase. Nel 1967 pubblica il suo primo disco da cantautore, quando è considerato solo uno scrittore (neppure troppo abile, stando alle critiche). Non piace molto neanche quello. Troppo triste, dicono. Bisogna essere allegri, siamo negli anni degli hippie e della spensieratezza. Lui invece canta quel che sente. Canta d’amore e d’odio, di religione e di sesso, di luce e di oscurità, di depressione. La sua voce è roca, calda, scura. Canta della nostalgia, delle sue origini, cita la Bibbia e versi poetici.

C’è un’esplosione in ogni parola.

Anche quando, semplicemente, parla. Per questo ogni persona che lo intervista ricorda quel momento come uno dei più importanti e significativi della propria carriera. A tutti restano impresse la sua eleganza, la sua calma. A chi gli chiede perché non si arrabbia mai, Cohen risponde che esistono in verità tante cose che lo fanno arrabbiare, ma che non bisogna lasciare che l’ostilità ci distrugga.

“Non ho intenzione di diventare un poeta pazzo, voglio essere un uomo sano, in grado di affrontare ciò che mi circonda.”

Interviste strane, queste. Divise in quattro parti, a seconda degli anni (dai ’60 al Nuovo Millennio). Inizialmente Cohen è ironico, cinico. Come se tentasse di costruirsi una personalità, di apparire come un personaggio preciso. E si alternano periodi di interviste quasi senza pause a periodi di quasi totale silenzio (come quello del ritiro zen, quando sparì dalla scena e neppure si mostrò in pubblico per anni interi). Ma più si va avanti nella lettura, più Cohen appare sincero, profondo, onesto. Allora narra della sua infanzia fatta di solitudine, della codardia nel non essersi mai sposato, del dolore dietro gli occhi, della depressione che l’ha tormentato, del gentiluomo che a volte non è riuscito ad essere, dei versi che ha scritto e in cui non si riconosce più.

Viene in mente Niccolò Fabi, quando dice che non solo ognuno è incline a un qualche tipo di talento, ma anche che quel talento ha un’età precisa di espressione. E, infatti, l’apice della carriera di Cohen arriverà, quasi miracolosamente, dopo i settant’anni. Caso eccezionale. Quando si parla di lui, tutti hanno in mente l’immagine di un uomo anziano e sofisticato con il suo cappello e la chitarra, un uomo delicato e forte che sembra nascondere delle verità che narra per simboli e metafore.

Quando gli chiedono di una sua raccolta di poesie, Il libro del desiderio, scoppia a ridere e risponde che è una raccolta di barzellette-parodia della vita monastica.

È sempre in bilico tra verità e menzogna, realtà e immaginazione.

A fine lettura c’è la sensazione di conoscere un po’ meglio questo cantastorie fragile e immortale.

Ci si illude di aver trovato finalmente il modo di dirgli addio.

E poi si sente improvvisa una crepa, dentro.

Una crepa da cui entra la luce.

Da cui sempre continuerà a entrare.

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