L’economia dell’Antica Grecia

Gli uomini antichi potevano essere diversi tra loro per lingua, religione, modo di vestire, ma una cosa accomunava la stragrande maggioranza di essi: la povertà. A Sparta come a Siracusa, a Cartagine come a Roma, le masse popolari avevano appena di che vestirsi e sfamarsi. Eppure abbiamo spesso parlato di terre fertili e ben coltivate, di fonti inesauribili di materie prime, di botteghe artigiane attive e fiorenti, di traffici su vasta scala. Come spiegare il meccanismo che nonostante queste condizioni, produceva tanta miseria? Rispondere a questa domanda significa affrontare il complesso problema dell’economia antica.

II modo di produzione schiavistico

Un sistema economico si identifica con il suo « modo di produzione ». Il modo di produzione è determinato da due fattori:

le forze produttive, che comprendono:
i mezzi di produzione, cioè le materie prime da una parte, gli strumenti di lavoro dall’altra;
la forza-lavoro, cioè il lavoro degli uomini che, avvalendosi degli strumenti, trasformano le materie prime in prodotti finiti (ad esempio trasformano il ferro in una falce, l’argilla in un vaso);
2. i rapporti di produzione, cioè i rapporti che legano il lavoratore al proprietario dei mezzi di produzione.

Nel mondo classico i mezzi di produzione consistevano soprattutto nella terra; la forza-lavoro era prevalentemente costituita da schiavi; i rapporti di produzione erano quelli tra proprietari di terra (e di schiavi) e schiavi. Proprio per questo la sua economia viene definita modo di produzione schiavistico.

L’impiego massiccio della schiavitù cominciò ad Atene nel v secolo, raggiunse il culmine a Roma tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. e declinò nei secoli successivi. Gli schiavi lavoravano come domestici nelle case private, come operai nelle botteghe artigiane o come minatori nelle cave o nelle miniere; ma soprattutto costituivano la larghissima maggioranza dei lavoratori agricoli. I grandi proprietari terrieri ne possedevano a centinaia, i piccoli contadini ne avevano solo due o tre, ma nessuno poteva farne a meno.

Lo schiavo era un oggetto nelle mani del suo padrone. Una volta che questi l’aveva comprato, il rapporto economico tra i due diventava estremamente semplice: lo schiavo era uno strumento che faceva parte integrante della terra, come l’aratro, il bue che lo tirava e le altre attrezzature agricole.

La ricchezza, come abbiamo detto, era soprattutto agraria. Ciò non vuol dire che non esistessero altre attività economiche al di fuori dell’agricoltura; esse però erano attività nettamente marginali. Il proprietario terriero, che ricavava dai suoi campi una certa rendita, poteva farla fruttare investendola nel commercio; non era difficile per lui riempire la stiva di una nave e farne vendere il carico in terre lontane. Ma la destinazione ultima della ricchezza era sempre la terra; qualsiasi guadagno, appena possibile, veniva impiegato per acquistare nuovi campi, nuovi poderi.

È vero anche che nell’antichità esistevano popolazioni (per esempio i Fenici) o città (per esempio Corinto) la cui attività era prevalentemente commerciale; ma il loro ruolo era del tutto secondario rispetto alla maggioranza assoluta dei popoli che basavano la loro economia sull’agricoltura.

Industria e consumatori

Gli uomini di condizione libera che non possedevano terra praticavano attività di vario genere: erano bottegai, artigiani, braccianti utilizzati saltuariamente nei lavori agricoli accanto agli schiavi; oppure campavano di espedienti, si arruolavano come mercenari in eserciti stranieri, vivevano di elemosina. Tutti costoro, a parte qualche eccezione, avevano appena di che sfamarsi e vestirsi ed erano poveri proprio perché erano esclusi dal settore fondamentale della produzione, che si fondava sul lavoro schiavile.

Il ruolo della schiavitù è dunque centrale per comprendere la netta distinzione tra poveri e ricchi, che caratterizza il mondo classico, e per valutare appieno le differenze tra l’economia degli antichi e quella del mondo moderno. Alla base dell’economia moderna c’è la grande industria; essa presuppone una richiesta continua da parte dei consumatori, sufficientemente ampia da giustificare l’enorme impiego di capitali investiti nell’acquisto di macchinari. Questi consumatori sono in grandissima parte gli stessi operai salariati che lavorano nell’industria. Nel mondo antico una produzione industriale su vasta scala, paragonabile a quella moderna, non si è mai sviluppata proprio perché mancava la sua condizione di base: una massa di consumatori sufficientemente estesa; gli schiavi infatti, che costituivano la manodopera prevalente, non avevano capacità d’acquisto perché non ricevevano salario. Ecco per quale ragione i grossi capitali derivati dall’agricoltura e dalle altre attività economiche non avevano altra destinazione che l’acquisto di terre.

Le spese dei ricchi

È chiaro tuttavia che le ricchezze, talvolta enormi, di cui disponevano i grandi proprietari, non erano interamente devolute all’acquisto di nuove terre; restava sempre una quantità cospicua di denaro che i ricchi spendevano in altro modo.

Il lusso

Somme ingenti venivano profuse nell’acquisto di case, gioielli, vasellame prezioso, opere d’arte, mobilio pregiato, stoffe o per organizzare ricevimenti sfarzosi. Tutto questo lusso rientrava nei piacevoli « doveri » dell’uomo ricco, il cui prestigio sociale era proporzionale all’esibizione delle sue ricchezze.

L’evergetismo

Questo prestigio costava caro anche per un altro motivo. Feste e spettacoli pubblici, distribuzioni di viveri, costruzione di templi e di altri monumenti, contributi in caso di calamità naturali o di guerre, forniture di armi, infatti, erano in gran parte a carico dei cittadini più in vista. I ricchi dunque erano tenuti a elargire alla collettività una fetta, spesso notevole, dei loro guadagni. Questo fenomeno, tipico del mondo greco-romano, è noto come « evergetismo » da euergétes, « benefattore ».

Alcuni andavano fieri di questo ruolo di pubblici finanziatori, che sentivano come un obbligo morale e come un onore, tanto più che queste dimostrazioni di generosità verso i concittadini erano la forma di propaganda migliore per chi voleva intraprendere la carriera politica. Ad Alcibiade, per esempio, era capitato un vero e proprio colpo di fortuna quando dei sette cocchi che aveva equipaggiato in nome della città di Atene per le gare di Olimpia, uno aveva vinto, un altro aveva ottenuto il secondo posto e un altro ancora il quarto; questo piazzamento, eccezionale nella storia delle Olimpiadi, era stato il migliore trampolino di lancio per la sua carriera politica.

Il peso di questi contributi, però, era enorme, tanto da far vacillare alcune fortune. A un ricco giovanotto che scialacquava il proprio denaro senza pensare al futuro, il suo maestro ricordava così i gravi obblighi che lo attendevano una volta entrato a far parte del corpo sociale:

Sarai obbligato a offrire spessissimo sontuosi sacrifici, altrimenti cadrai in disgrazia con gli uomini e con gli dei. Ti toccherà anche ricevere molti ospiti stranieri, e non potrai certo mostrarti avaro. Dovrai offrire pasti ai concittadini, altrimenti non avrai nessuno dalla tua parte. Ma non è finita qui; la città t’imporrà tutta una serie di spese assai gravose: allevare cavalli, mettere in scena tragedie e commedie, finanziare gare di ginnastica. Se scoppia la guerra, sarai tenuto ad armare parecchie triremi o a versare contributi straordinari. Insomma, ti troverai a malpartito con tutte queste spese; ma stai bene attento: se darai l’impressione di non assolvere a questi obblighi come si deve, gli Ateniesi ti puniranno severamente, come se ti cogliessero a rubare nelle loro case. (Senofonte)

Di fronte a questa lunga serie t’impegni finanziari imposti dalla comunità, non stupisce che qualcuno tentasse di sottrarvisi, anche a costo di suscitare disprezzo, odio, o addirittura violente reazioni popolari.

Cittadini e tasse

Tra i tanti privilegi dei cittadini di pieno diritto, c’era quello di non pagare tasse. Qualsiasi greco avrebbe sentito come un’umiliazione e un sopruso l’imposizione fiscale sui propri rettiti; nelle comunità antiche le tasse le pagavano soltanto i « sudditi » o gli stranieri residenti. Ad Atene, per esempio, buona parte delle entrate finanziarie dipendevano dai tributi versati dalle città della lega di Delo o dai meteci; le uniche tasse che pagavano anche i cittadini erano i dazi doganali sull’importazione, l’esportazione o la vendita delle merci, riscossi nei porti, all’entrata delle città o nei mercati.

Questo sistema rendeva estremamente precarie le finanze delle poleis antiche, soprattutto di quelle che non avevano un « impero » da sfruttare. Il loro funzionamento, in pace come in guerra, non poteva quindi fare a meno della « beneficenza » dei ricchi.

Manfredi

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