Le braci di Sandor Márai, un addio

“Tu sei andato via, perché non potevi fare altrimenti e io ti ho aspettato, perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine.”

Le braci, edito da Adelphi, del noto autore ungherese Sandor Márai (o, per rispettare l’usanza ungherese sull’ordine di nomi e cognomi, Márai Sandor), è la storia di un incontro atteso per tutta la vita. Due amici si rivedono dopo circa quarant’anni, ormai anziani.
È agosto. Le braci sono dentro e fuori, anche se la sera l’aria comincia a rinfrescare – come nella vita la vecchiaia (la sera di ogni esistenza) spegne leggermente l’ardore e tenta di preservare la quiete. Henrik e Konrad, come gemelli nell’infanzia. Eppure si sono perduti, e dopo tutto quel tempo si rivedono nello stesso castello in cui si sono detti addio, ai piedi dei Carpazi. Hanno settant’anni. La villa è ferma nel passato, a lume di candela.
Viene in mente una frase di Gesualdo Bufalino, che ne Il Malpensante scriveva: “Vi sono suicidi invisibili. Si rimane in vita per pura diplomazia, si beve, si mangia, si cammina. Gli altri ci cascano sempre, ma noi sappiamo, con un riso interno, che si sbagliano, che siamo morti. Henrik e Konrad sono morti, in un certo senso, e l’unica cosa che li tiene in vita è la necessità, l’urgenza di quell’incontro. Sono fantasmi in mezzo ai fantasmi. Spiriti che si confessano l’un l’altro dall’oltretomba. Tra tutti l’ombra immortale della donna amata, la moglie di Henrik, il fulcro di ogni cosa.
Tra i due amici il sospetto di un abbandono, di una rottura insanabile, di un tradimento. Forse, il desiderio di una vendetta. E poi Vienna, la musica, l’Impero Austro-ungarico, gli stendardi sbiaditi. Amici distanti, dissimili, eppure tanto uniti – sole e luna, mare e terra. Uno nato per la musica, l’altro per la guerra. Uno partito per il mondo, l’altro rimasto a casa senza più muoversi – un viaggio non meno impegnativo ed esigente. La solitudine, per entrambi, richiesta o imposta.
Due domande, a cui si risponde con la propria stessa vita.
Il dialogo-monologo impetuoso è un requiem fortemente musicale, la lingua di Márai è lirica e spietata. Non c’è il tempo di rispondere, quello di Henrik è un fiume in piena di accuse e ricordi.
Tutto resta in attesa, forse di un’Apocalissi. L’aria è quella fumosa, decadente e nostalgica che soltanto gli ungheresi conoscono e sanno evocare così bene.
Le candele bruciano, la carrozza aspetta, la verità attende.

“Tutto ciò cui giurammo fedeltà non esiste più. […] Esisteva un mondo per il quale valeva la pena di vivere e di morire. Quel mondo è morto. Quello nuovo non fa più per me.”

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