L’ammore nun’ è ammore: 30 sonetti di Shakespeare “traditi” da Dario Jacobelli

L'ammore nun' è ammore
La magia del teatro è qualcosa che trascende il tempo ed il luogo. Non esiste confine imposto dalla territorialità o dalla lingua affinché un’opera d’arte possa esplicare la sua bellezza. Laddove l’artista riesce in questa impresa è artefice di qualcosa di straordinario: restituire al mondo, un mondo che evolve schiacciando con la velocità tutto ciò che incontra, quanto di umano ancora permane. L’umanità in grado di andare oltre rendendo attuale e parte viva qualcosa che non ha potuto vivere in prima persona. La parola, in questo senso, è il principale strumento attraverso il quale l’artista può rendere vivi questi mondi, perché dovere imprescindibile, l’unico senso possibile attraverso il quale vivere il mondo. E non esiste altro strumento che la parola a rendere tutti gli uomini partecipi di questa magia.

Questo impeto ad andare oltre, ad essere un tutt’uno di corpo, parola e bellezza è il filo rosso dello spettacolo L’ammore nun’ è ammore per la regia di Lino Musella, in scena al Piccolo Bellini di Napoli dal 17 al 28 ottobre 2017. Lo spettacolo è un voto d’amore: amore per la radici, per la poesia, per il teatro, per il mondo. Attraverso i 30 sonetti di Shakespeare traditi e tradotti dall’artista partenopeo Dario Jacobelli, scomparso prematuramente nel 2013, lo spettacolo assolve un ruolo di vera liturgia intesa come culto: il culto in questione si esplica attraverso la grande fedeltà che una lingua come il napoletano riesce a restituire ai sonetti del Bardo di Stratford-upon-Avon attraverso una conciliazione tra tradizione ed innovazione che solo l’opera d’arte è in grado di riprodurre. Il napoletano di Jacobelli è molto diverso dal napoletano di Di Giacomo o di De Filippo. Non è classico ma urbano, prelevato dalla strada e mescolato alla forza vitale della parola che invade la sala del piccolo teatro attraversandola da una parte all’altra in giri vorticosi: parte dal palcoscenico e ad esso ritorna carica di tutti i sentimenti umani.

Nella penombra della sala i sonetti tradotti si animano attraverso le dieci, cento, mille vite della storia: Lino Musella è un profeta, un artista, un uomo comune, un poeta che ai piedi del proscenio, tra gli astanti, in fondo alla sala arrampicato su un rientranza del muro si fa portatore di quella liturgia in grado di conciliare l’uomo col mondo. È l’amore, nella sua forma assoluta ad essere rappresentato al Piccolo Bellini e Musella è il traghettatore di questa culla d’umanità. La parola tradita di Jacobelli è la parola del tempo, di tutto, fonte di entusiasmo ad ogni livello: non esiste lingua o dialetto ma solo l’incedere del verbo, non esiste confine tra l’attore e lo spettatore, ma solo un unico grande momento in cui si è tutti partecipi. Musella col suo corpo e la sua voce disegna l’equilibrio della forma: i pochi oggetti che corredano lo spazio scenico sono significanti, veicoli dell’attore per arrivare al significato. La cravatta che dapprima Musella indossa a corredo del suo abito la utilizza poi per bendarsi gli occhi: da segno diviene strumento di conoscenza. Bendato l’attore scende tra il pubblico da cui si lascia guidare mano dopo mano tra i sussurri della poesia. Gli oggetti posizionati nello spazio scenico, una bombetta, un cappello da donna, una parrucca dei lunghi capelli bianchi, una vecchia giacca da camera diventano vivi solo attraverso la parola: il processo circolare di morte e di vita, degli oggetti ma della vita stessa, è lo stesso processo che tramuta il segno in significato, l’amore che diventa materia attraverso il teatro, vicina, tangibile, reale.

L’accompagnamento dal vivo di Marco Vidino, ai cordofoni e alle percussioni, scandisce il tempo senza tempo della rappresentazione. È il reale ed il tangibile che ancora l’amore al mondo: la sua musica non libera solo le note racchiuse dallo strumento ma è parte dell’azione, entra nella messa in scena al pari della lingua. Lo sguardo al pubblico, interrogatorio e partecipativo, gli scambi di battute e gli ammiccamenti tra Vidino e Musella sono sintomo di una reciproca partecipazione emotiva che va ben oltre lo spazio della scena. Non è un caso che tale affiatamento sia emerso già in occasione di un altro spettacolo, Play Duett, andato in scena nel 2015 alla Sala Assoli (con protagonisti lo stesso Musella e  Tonino Taiuti), un gioiellino intimo ed emozionante, un concerto per due diversamente coetanei.

L’ammore nun’ è ammore è una recita dei sentimenti nel ricordo vivo di Dario Jacobelli. È l’amore nella voce di Musella, che tutto penetra e tutto avvolge. È l’amore che si irradia attraverso la musica di Vidino .

 

Sonetto 18
E io t’essa diccere ca tu si comm’ ‘na jurnata rra staggione?
Tu si assaje cchiù doce e temperata;
A Maggio e ciur piccirill so’ moss’ a nu vient cafone,
e ‘o piggione ‘e l’estate dint’ ‘a nu par e mis scade.

Cierti vote ‘a pupilla do cielo troppo cavero splenne,
e spisso ‘a faccia d’oro soja pare abbufugnata;
ogni bellezza primma o poi se ne scenne,
e d’e capricci da natura vene spugliata;

ma l’eterna staggiona toja nun po’ svanì,
ne perdere ‘a bellezza c’appartene a te stess’,
ne’ ‘a morte po’ dicere ca dint’ all’ombra soja tu puo’ fernì
quann int’ ‘a na canzone ‘o tiemp te farà semp cchiù gruoss.

‘Nfino a che starrà ciato pe’ n’ommo e ll’uocchie pe vedè;
‘nfino a che camparanno ‘sti parole, ‘sti parole darranno vita a te.

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