La ristampa di Wild Frontier di Gary Moore, a 30 anni dalla prima edizione

Gary-Moore-Wild-Frontier

Un po’ di tempo fa, ad una fiera del disco, ho rimediato un “Best of” dei Nightwish, band finlandese di metal sinfonico: il pezzo che mi ha maggiormente folgorato, però, si è rivelato non essere loro, bensì una cover

Over the hills and far away è infatti il pezzo di apertura dell’album Wild Frontier di Gary Moore, già chitarrista di Thin Lizzy e Colosseum II, qui in veste di solista.

A 30 anni dalla prima edizione, la Virgin/Universal ci propone la ristampa di questo piccolo gioiello di hard rock e non solo – non c’è da stupirsi infatti, visto il background musicale di cotanto artista, che l’etichetta non possa ridursi ad un solo genere: tanto per cominciare, Moore era prima di tutto un bluesman; niente di strano dato che, storicamente, è proprio questa l’origine del rock e Wild Frontier è esattamente il tipo di album che ribadisce il profondo legame tra i due generi, coniugando l’eleganza e la malinconia dell’uno con l’energia e l’aggressività dell’altro; questa era del resto la cifra artistica dei già citati Thin Lizzy, i cui echi “lynottiani” spiccano anche nel cantato, dai primi versi proprio della title track (in origine, effettivamente concepita ad hoc per essere interpretata dal prematuramente scomparso singer).

Eppure, diversamente da altri lavori di Moore, qui il blues rimane il semplice substrato di un disco che è, prima di tutto, puro hard & heavy anni ’80, con tutte le “schitarrozzate” ed i tappeti di tastiere che il canone imponeva!

Certo, a onor del vero, devo sottolineare che i puristi del genere potrebbero storcere il naso di fronte alla scelta di avvalersi della drum-machine (normalmente associata a stili e suoni in antitesi alla perizia strumentale del rock) invece che di un batterista in carne ed ossa, ma vi assicuro che già dai primi solchi, l’energica intro conquista e convince!

In conclusione, c’è ancora un suono che emerge da queste tracce ed è quello dell’Irlanda.
Ancora nella tradizione “thinlizziana”, Moore condisce la sua opera con le sonorità dell’ isola natia, con cadenze folkloristiche ed il suono dei fiddle (da sempre perfettamente integrato nel rock, anche prima che artisti come David Garrett e i 2 Cellos lo portassero alle estreme  conseguenze) – avvalendosi, non a caso, della partecipazione di un gruppo specializzato in Irish Folk: i Chieftains.

La prova di ciò, oltre che nell’immancabile Over the hills – la cui riproposta da parte di un gruppo sinfonico a questo punto non stupisce più – nello strumentale The loner e nella conclusiva Johnny Boy (opportunamente dedicata, così come tutto l’album, alla memoria di Phil Lynott), brani che più celtici neanche i Flogging Molly!

E, come non bastasse la musica, il riferimento all’Isola di Smeraldo è maggiormente ribadito dall’accompagnamento fotografico che arricchisce il retro della cover e, all’interno, lo sleeve – il culto del vinile pretende venga soddisfatto anche il fattore estetico!

Non vi mentirò: non ci troviamo di fronte ad un album fondamentale, ad una pietra miliare del genere; eppure Gary Moore merita ben più del ruolo di artista di nicchia, la qualità del suo lavoro come solista semplicemente supera quella delle ben più note band in cui ha militato e, in particolare, il suo contributo a rock e metal non deve rischiare di essere sovrastato dalla produzione blues, seppur altrettanto (se non di più!) vasta.

Che preferiate Clapton o Malmsteen, se adorate i guitar hero, approfittate della ristampa di questa chicca per arricchire la vostra collezione!

Articolo di Lorenzo Iaconis

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