La mala educación, la recensione del film di Pedro Almodóvar

Se non di marionette come per Bergman, quello di Almodóvar è un mondo di maschere, nel quale trova ragion d’essere anche la trama che segue. Madrid, 1980: Enrique, giovane regista di successo in cerca di nuova ispirazione, ritrova dopo anni il caro amico d’infanzia Ignacio, divenuto aspirante attore col nome d’arte di Angel. Smanioso di esordire nel cinema, Angel gli propone il suo racconto “La visita”, dove si rievocano i tempi del collegio trascorsi assieme, la loro reciproca attrazione, la gelosia di Padre Manolo (ammaliato dall’etereo Ignacio) che finirà per separarli. Enrique decide di trarre un film dal racconto, ma poi scopre che Ignacio è morto da tre anni e che Angel è suo fratello! Intrigato da questo strano raggiro, diviene l’amante di Angel e lo scrittura per il ruolo di Ignacio. Ma un altro segreto, ben più tremendo, gli sarà svelato dal redivivo Padre Manolo, che nel frattempo ha abbandonato la tonaca…
Visti da Almodóvar, Religione, Arte e Sesso sono milizie non molto dissimili di uno stesso regime, dove una ristretta oligarchia di potere (la Chiesa, gli artisti affermati, gli eterosessuali) impone il proprio verbo dominante, mentre un’enorme massa soggiogata lo recepisce passivamente. La Mala Educación è opera “maleducata” proprio perché rifiuta l’ammaestramento oscurantista di tali istituzioni, in primis quella del cinema e dei suoi generi, cine-conventi dove segni e tradizioni restano isolate tra quattro mura, protette dai suoi registi-chierici e dai suoi critici-abati. Almodóvar crea un bambino gioiosamente eretico che rifugge qualsiasi dogma visivo o narrativo e assapora tutte le esperienze che il mondo-cinema gli pone davanti. Per questo, più che “cinema gay” (come banalmente ripetuto da tanti cronisti che si occupano di film solo quando questi si inoltrano in materie da quotidiano), il suo è un cinema promiscuo, che si accoppia liberamente con ogni suo simile, che si meticcia e si fonde, diventando (sia pure nello spazio di una sola sequenza) denuncia sociale, affresco d’epoca, thriller, noir, erotico, metacinema, commedia sentimentale, melodramma musicale…

Un film-collage fatto con i pezzi più sgargianti degli altri film, perché è di lacerazioni che è fatta la vita: formalismo annunciato nei bizzarri titoli di testa, ripetuto nella mania di Enrique per i ritagli di giornale, materializzato nelle locandine strappate (stile Mimmo Rotella) del cinema prediletto… Un puzzle di stili che gira costantemente attorno a due situazioni: la Confessione e l’Esibizione. Ignacio ed Enrique si spogliano, cantano, recitano, scrivono, raccontano: azioni diverse di un unico sentimento universale, ovvero il bisogno insopprimibile di denudare se stessi agli altri, l’ansia di una ribalta. La Mala Educación è tutta in questo scambio di offerta e accettazione: dinanzi alla tavolata degli educatori, il piccolo Ignacio intona una bizzarra versione da monastero di “Torna a Surriento”, e Padre Manolo si blocca ad ascoltarlo rapito, stupefatto da tanto candore, sbigottito dalla propria stessa bramosia, terrorizzato dal tempo che fugge inesorabile e allontanerà sempre più da lui quell’incanto.
In questa complessa riflessione sulla società dello spettacolo e sulle pulsioni del desiderio, in fin dei conti oggi Almodóvar è molto più vicino a Brian De Palma che a Fassbinder. La sua è una sperimentazione fredda, una messinscena scrupolosamente calcolata; anche il suo supposto “dare scandalo” ha ormai poco o nulla di eversivo, di scomposto, ma si dichiara pienamente come “effetto linguistico”, abilmente ricercato e ottenuto. Lo spreco lussureggiante del colore, i sinuosi cambi di registro, gli audaci stravolgimenti d’intreccio, l’assenza di un tema centrale, l’indeterminatezza tra piano della realtà e piano della finzione, l’ambigua simpatia per le figure negative, la nebulosità della morale: tutto questo si chiama neo-Manierismo, l’anima irrazionale di cui sono fatte tutte le ultime opere di Lynch, Von Trier, Tarantino, Greenaway, Wenders. Almodóvar è la traduzione al cinema di ciò che fu l’architettura di Antoni Gaudì e tutto il liberty spagnolo: un gioco di forme appassionato e squilibrato.
Quella stessa Passione che ci fa travestire/trasformare da donna, da prete, da attore, da tossicomane, da sosia di nostro fratello, che ci fa spiare la vita altrui da dietro una tendina, e che ci rivela come il “Gran Teatro del Mondo” (quello di Calderòn de la Barca) sia soltanto un’infinita giostra di maschere e palcoscenici.

Articolo di Dante Albanesi

Regia di Pedro Almodóvar. Un film con Gael García Bernal, Fele Martínez, Javier Cámara, Lluís Homar, Daniel Giménez Cacho. Genere Drammatico – Spagna, 2004, durata 110 minuti.

Manfredi

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