La dictatura de lo cool, una festa senza limiti e morali

LA DICTATURA DE LO COOL Regia di Marco Layera con Benjamín Westfall, Carolina de la Maza, Carolina Palacios, Pedro Muñoz, Diego Acuña, Benjamín Cortez, Ignacio Yovanne, Camilo Reyes. Scenografia Pablo de la Fuente | Costumi Daniel Bagnara Musica Alejandro Miranda Produzione compagnia La Resentida – Cile in coproduzione con HAU HEBBEL AM UFER (BERLIN), FONDATION CULTURELLE FÉDÉRALE ALLEMANDE DATE < 13 luglio (ore 19); 14 luglio (ore 21) | LUOGO teatro Mercadante DURATA 1h 25min| LINGUA spagnolo con sott. Italiani Paese Cile PRIMA NAZIONALE

LA DICTATURA DE LO COOL
Regia di Marco Layera
con Benjamín Westfall, Carolina de la Maza, Carolina Palacios, Pedro Muñoz, Diego Acuña, Benjamín Cortez, Ignacio Yovanne, Camilo Reyes.
Scenografia Pablo de la Fuente | Costumi Daniel Bagnara
Musica Alejandro Miranda
Produzione compagnia La Resentida – Cile in coproduzione con HAU HEBBEL AM UFER (BERLIN), FONDATION CULTURELLE FÉDÉRALE ALLEMANDE
DATE < 13 luglio (ore 19); 14 luglio (ore 21) | LUOGO teatro Mercadante
DURATA 1h 25min| LINGUA spagnolo con sott. Italiani Paese Cile PRIMA NAZIONALE

La compagnia La re-sentida propone, nella cornice del Napoli Teatro Festival 2016, presso il teatro Mercadante di Napoli, La dictadura de lo cool, per la regia di Marzo Layera, il 13 luglio alle ore 19 e il 14 luglio alle ore 21.

C’è una festa che si sta svolgendo, mentre scrivo e mentre leggi. Una festa senza limiti, né morali né fisici. La festa non finisce perché è la festa del rinnovamento che non rinnova. Una festa senza marchi, senza simboli, senza nomi, perché nemmeno i nomi hanno più senso. Ogni entità ed ogni opposto si fondono, in modo tale che non vi possa essere più alcuna contraddizione. L’anti-militarismo cela il militarismo, l’anti-capitalismo nasconde il più bieco consumismo, persino l’apertura al diverso diventa stigmatizzazione di quest’ultimo. La neolingua è trionfante. E la festa infinita festeggia la sparizione di ogni nome. E con la perdita di ogni nome la perdita di ogni potere identificabile e dunque attaccabile. La festa non è forse nemmeno più una festa, visto che non sottolinea più alcun evento davvero diverso nel deserto anomico. È questa la festa che Marco Layera mette in scena, in un gioco di occhi che richiamano occhi. L’occhio della telecamera che riprende (e soprattutto determina) i pianti e le risa dei convitati, così come l’occhio dello spettatore, che riprende la scena ripresa dalla telecamera, con effetto straniante, in quanto si mette in rilievo la distanza tra ciò che accade e ciò che si registra e si condivide istantaneamente. Tutto è visibile sulla scena, ma ogni occhio deforma a suo modo l’oggetto. Così come i nomi, anche i gesti, le azioni, i comportamenti, hanno perso il loro valore intrinseco, in favore del valore del mezzo, quest’ultimo ben taciuto, per mantenere un sembiante di oggettività assoluta, che schiacci ogni possibile critica. La dictatura de lo cool ha il merito di mettere in scena questo processo, iniziato negli anni ’80 in un mondo sognante e patinato, proseguito negli anni ’90 sottoforma di decadentismo autodistruttivo e culminato nel nuovo secolo, quando è assurto a sistema. Si tratta del modo in cui il sistema capitalistico è riuscito ad imbrigliare in forme stereotipate gli elementi di critica sociale e di deviazione che pure sono presenti ad ogni epoca. Marco Layera cerca di rileggere queste dinamiche in ottica marxista, individuando nei borghesi-bohémiens della festa rappresentata l’omogeneità di una classe sociale.

È questo un passo non da poco, perché, se di classe si tratta, di lotta di classe si potrà iniziare a parlare. Eppure, basta una buona descrizione sociale e un chiaro intento politico per raggiungere il tanto agognato titolo di “teatro politico”? No, se si deroga al fondamento della politica: la relazione all’altro. Preso dall’elemento ideologico, il regista sembra dimenticare quello narrativo. La storia si dipana dunque in modo totalmente prevedibile, senza alcun contraccolpo emotivo. I personaggi rimangono nella posizione in cui li abbiamo incontrati; il dispositivo teatrale, che ci si proponeva di svelare (vedere l’interessante autocritica sulla presunta modernità dell’uso della telecamera e delle proiezioni video a teatro), finisce per essere distante dal pubblico quanto i borghesi festaioli dal proprio popolo. Le luci abbaglianti, i movimenti incessanti, i colori sgargianti, non fanno che ripetersi in una danza ipnotica, ben lontana dal risveglio delle coscienze che si vorrebbe ottenere. Il teatro come semplice messa in scena di una teoria politica è un modo di disinnescare la sua potenza. Il valore aggiunto del teatro è il gesto creativo, soprattutto quello inatteso, che spiazza lo spettatore, determina un momentaneo cedimento nel suo ruolo di (a)spettatore in attesa, e lo rende, forse solo per un attimo, cittadino rivoluzionario.

 

REGIA  MARCO LAYERA
CON BENJAMÍN WESTFALL, CAROLINA DE LA MAZA, CAROLINA PALACIOS, PEDRO MUÑOZ, DIEGO ACUÑA, BENJAMÍN CORTEZ
SCENE PABLO DE LA FUENTE
COSTUMI DANIEL BAGNARA
MUSICHE ALEJANDRO MIRANDA
SOUND ALONSO ORREGO
VIDEO CRISTIAN REYES
CAMERA ALEJANDRO BATARCE
ILLUMINAZIONE KARL HEINZ SATELER

Spettacolo in spagnolo con sottotitoli in italiano, consigliato ad un pubblico adulto

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