La confessione

 

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Con La Confessione di Walter Manfrè è partita la nuova stagione 2015-2016 del Teatro Elicantropo di Napoli, giunto al suo ventesimo anno di attività. Di un paio d’anni più vecchio è il format di Manfrè, regista messinese che, nel 1993, ideò uno spettacolo irriverente che, all’epoca, creò non pochi scandali per aver presentato assoli crudi, perversi, che fanno venir fuori il nostro lato oscuro. Nato al Festival di Taormina, è stato inserito nella sezione ufficiale del Festival d’Avignone nel 1999 ed è stato messo in scena nel Théatre du Rond Point a Parigi nel 2000. Un “cult teatrale” che gira ancora per tantissimi teatri e che torna, con grande successo, al Teatro Elicantropo. Due file da dieci inginocchiatoi dividono la sala: gli uomini ascoltano le peccatrici e le donne gli uomini. Gli attori, di volta in volta, al suono di un campanello, si avvicendono alle varie postazioni. Ad introdurre le confessioni, invece, è un prete che spiega agli spettatori che cos’è il peccato all’interno di un’omelia folle.

Preso posto su una sedia dietro a un inginocchiatoio, lo spettatore si fa carico dei peccati, ascolta in silenzio, diviene parte di un rito in cui non è ammessa distrazione. Non appena il “gioco” comincia, si ascolta il brusio di venti persone che si confessano. Le storie ascoltate – almeno dalla parte maschile – sono varie: racconti di stupri, figlicidi, insicurezze, donne stanche della propria esistenza. Venti testi scritti da autori italiani contemporanei che ben si adattano alla particolare occasione e che sono lo specchio di un umano devastato, distrutto e abbandonato. La confessione, però, è un vecchio esperimento teatrale che non si è saputo rinnovare, accattivante ma che non si discosta affatto dalla formula classica del monologo tradizionale. Funzionava, all’inizio degli anni ‘90, ma il format non si discosta dal binomio attore-testo ponendo sempre un muro tra palco e platea, nonostante la distanza ravvicinata degli interpreti. E il suo punto di forza di ventidue anni fa, oggi è diventato un limite da superare.

 

 

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