La casa dei Sonic Youth

Coerenti con il loro spirito “avventuroso”, i Sonic Youth hanno sempre mostrato interesse nei confronti delle cosiddette “musiche di confine” o avanguardie. Quattro sono ad oggi (è in cantiere per settembre un nuovo disco) le uscite per la fantomatica Sonic Youth Records. Quattro volumi dalle confezioni spartane, ma generosi di contenuti e intriganti in egual modo all’ascolto, anche se, dovendone scegliere per forza uno solo si opta chiaramente per il doppio cd “Goodbye 13th century”, un disco che avrà il pregio di avvicinarvi a compositori fondamentali di questo secolo come Pauline Oliveros, Cornelius Cardew, Nicolas Slonimsky. John Cage, Steve Reich…

Sonic Youth Records Vol.1 (SYR, 1997)
Quando vidi per la prima volta i Sonic Youth dal vivo attaccarono con “Anagrama”, il brano che inaugura questa serie di dischi per la propria etichetta personale, la Sonic Youth Records. Fu uno shock. Il magnetismo delle tre chitarre e il quattroquarti sfasato di Steve Shelley mi lasciarono a bocca aperta: dopo circa tre minuti cominciò a piovere…i Sonic Youth continuarono a suonare…Solo successivamente comprai il disco e mi accorsi che quella traccia durava ben nove minuti e trentuno. Alle mie orecchie era stato solo un breve flash sonoro. Inutile dirvi che la serie “Prospettive Musicali” non poteva iniziare in modo migliore e chiudersi altrettanto bene con le atmosfere narcoelettriche di “Mieux: de Corrosion”, psichedelia soffice e Steve Shelley ancora in evidenza.

Sonic Youth Records Vol.2 (SYR, 1997)
Il secondo volume della serie, forse l’unico un pò incolore (la cover é azzurro pastello), propone titoli e note in lingua olandese. “Slaapkamers…” non é altro che la “The Ineffable me” strumentale e di 17 minuti di durata complessiva contenuta in “A thousand leaves”. “Stil” é una composizione incentrata sui feedbacks dissonanti delle chitarre “preparate”, in cui incombe la batteria a fungere da apporto melodico con tanto di campanelli e passaggi “pop”. Interessante, comunque, anche se la “matrice” principale di queste tracce rimane quella di un certo rock sperimentale: le “vere” sorprese saranno a venire…

Sonic Youth Records Vol.3 (SYR, 1998)
Eccomi qui a parlare di uno dei dischi più difficili che un gruppo fondamentalmente “pop” come i Sonic Youth abbia inciso. Dimenticatevi canzoni “perfette” come la pur vicina (solo in linea di tempo) “Sunday”. Qui la dimensione é un’altra, é quella di un “Music For Airports” del 2000, di un Ornette Coleman in viaggio su Marte. Niente paura se sentite Kim Gordon suonare la tromba, o Steve Shelley abbozzare un ritmo jazz. La realtà, e i riferimenti letterari di questo ep sono quelli, come no, di Jack Kerouac e delle grandi highways americane tanto cari a Lee Ranaldo. Il caldo che sale dall’asfalto, “Un giorno di ordinaria follia”, la desolazione, le droghe. “Invito al cielo” [Ndr: i titoli e le note del disco sono in esperanto] é la summa di tutte queste sensazioni mescolate insieme e rielaborate dal talento di Jim O’Rourke, si poteva sperare in un “organizzatore” del suono più adatto all’occasione?

Sonic Youth Records Vol.4 (SYR, 1999)
“Go to my head” sussurra Kim Gordon nell’iniziale “Edges”, una composizione di sedici minuti di Christian Wolff del 1969. Questa frase può essere in un certo senso emblematica di tutto il percorso sonoro di questo “doppio”, la storia nusicale del secolo diciannovesimo rivista e attualizzata dai Sonic Youth. Un lavoro mastodontico e un percorso cerebrale quello di “riprendere in mano” le composizioni di questi autori che hanno liberato la musica dai cliché delle accademie. Sono presenti artisti legati al movimento Fluxus, dal suo padre fondatore George Maciunas [Ndr: é presente del suo brano una traccia cdrom in cui in SY inchiodano a martellate un piano!] a Yoko Ono (un urlo di dodici secondi di Coco Hayley, figlia di Kim Gordon e Thrurston Moore), al più “famoso” John Cage con tre composizioni che testimoniano i concetti di casualità, rumore e silenzio caratteristici della sua opera, al minimalismo di Steve Reich, alla “performance” dell’artista multimediale giapponese Takehisa Kosugi. Il tutto é stato supervisionato dalla presenza attiva della “mente” Jim O’Rourke, così che all’ascolto si viene subito colpiti dalla molteplicità della gamma sonora utilizzata, dalla incompromissorietà delle composizioni davvero distantissime dal pop obliquo dei dischi Geffen, dal coraggio e dalla voglia di sperimentare. Non vi blocchi l’astrattezza e la inesistente melodicità dei brani, sono suoni che urtano l’udito, lo rilassano all’occorrenza, ti spaventano improvvisamente, ti danno insomma sensazioni uditive e psichiche così forti che una canzone pop non ti potrà mai dare. “Didattico”, in una parola. “Magnetico” e “Didattico”, in due parole. [Ndr: il mio consiglio é quello di “armavi” di un paio di cuffie durante l’ascolto di “Goodbye 2000th century”, troppe sarebbero le frequenze altrimenti indisponibili al nostro udito].

Articolo di Luca Pagani

Manfredi

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