La camera azzurra di Georges Simenon

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Tutto comincia in una camera azzurra.

“La camera era azzurra, di un azzurro – aveva notato un giorno – simile a quello della lascivia.”

Tony e Andrée, la sua amante, sono nudi nella loro solita stanza d’albergo a Saint-Justin, la stanza in cui avvengono i loro incontri clandestini. E quella camera azzurra rappresenta tutto: il loro amore, la follia, il caos – spodestando il rosso. A Tony sanguina un labbro, gliel’ha morso Andrée. Lei gli chiede: se fossimo entrambi liberi, senza più coniuge, vorresti passare la vita con me? Certo, dice Tony. Parole di innamorati. Parole che si scambiano senza riflettere. L’inizio della fine.

La camera azzurra (Adelphi) è uno dei romanzi più famosi e carichi di tensione del più che prolifico Georges Simenon, noto come l’autore che ha dato vita al Commissario Maigret. Ma oltre l’investigatore c’è tanto altro. Romanzi pieni di psicologia, in cui la vittima e il carnefice si confondono di continuo. Romanzi in cui, come nella vita, tutto è sfumato.

Simenon descrive le scene senza mai usare parole di troppo, come stesse inquadrando parti di un film. Prende il lettore per le spalle e lo fa voltare dove vuole. Dirige l’orchestra.

Per un lavoro di sottrazione, La camera azzurra affascina perché non dice. Le scene si svolgono tutt’intorno a chi legge. Passato, presente. La camera azzurra, la passione, un interrogatorio, un avvocato, uno psicologo. Tutto nel libro è assieme, il tempo è contemporaneo, i volti danzano e si confondono. Siamo in una stanza e non c’è più spazio.

Simenon ritaglia le scene, le circoscrive, tace. Al lettore il compito di ricomporre il puzzle. I personaggi sanno sempre molto più di noi. Tutto è già successo. Ma che cosa è accaduto?

La lettura non sta nel capire sin dall’inizio. Sta nell’interpretazione. Nella bellezza dello sforzo intellettuale. È un’opera che costringe a collaborare, ad essere coinvolti fino in fondo. Simenon ti dice: ora che hai iniziato ci sei dentro, non puoi più tirarti indietro. Conosci Tony e Andrée, conosci le loro vite. Non puoi scappare.

Le descrizioni sono precise, trascinano.

La narrazione è circolare. Si torna sempre agli stessi discorsi, agli stessi luoghi. Ma è come se, ogni volta, la spirale si allargasse, come se riuscissimo a spiare un dettaglio in più attraverso la porta. È un cerchio. Irregolare, però.

La storia si fa a poco a poco corale. Diventa la storia di Saint-Justin, la storia di chi conosce i due protagonisti, la storia delle loro famiglie, dei loro amici, dei passanti. Due amanti, certo, ma anche la provincia francese, l’enigma, il buio, la passione famelica. La contaminazione di generi e di parole.

Uno svolgimento straniante, assurdo, in cui siamo dentro e fuori la storia al contempo. Non sappiamo che cosa pensare, come orientarci nel labirinto. E questa sensazione resterà, architettata magistralmente, fino al termine della lettura, quando la verità colpisce come uno schiaffo.

Il ritmo è serrato, claustrofobico, senza un attimo di tregua. Come l’ossessione d’amore di Tony e Andrée.

Le domande innocue si trasformano lentamente in paranoie. La dolcezza in violenza. La sensibilità in spietatezza.

La camera azzurra in un buco nero.

– Davvero potresti vivere con me tutta la vita?

– Certo…

– Sul serio? Non avresti un po’ paura?

– Paura di che?

– Riesci a immaginare come passeremmo le giornate?

[…]

– Finiremmo con l’abituarci – aveva mormorato lui senza riflettere.

– A che cosa?

– A noi due.

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