La Bohème di Saponaro tra Cechov e Scarpetta

Quando Giacomo Puccini si dedicò a La Bohème era un trentacinquenne conosciuto in tutta Europa per la sua Manon Lescaut. Era il 1893 e fu messa in scena solo tre anni dopo al Teatro Regio di Torino diretta da un giovanissimo Arturo Toscanini. L’opera è tratta da Scenès de la vie de Bohème, una raccolta di racconti di Henri Murger, che ispirò anche Ruggero Leoncavallo con cui il compositore toscano ingaggiò una sfida abbastanza insidiosa fomentata anche dai quotidiani dell’epoca.

Da un racconto debole nacquero due opere sopravvissute al tempo e alla storia anche se la versione pucciniana è quella più popolare e conosciuta. Merito anche del libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica che rappresentano una Parigi bohémien degli anni ‘30 dell’Ottocento fatta di ambientazioni iconiche come la soffitta fredda, il Café Momus o la Barriera d’Enfer, la barriera doganale all’inizio del Quartiere Latino.

La storia si sofferma sulla storia d’amore tra il poeta Rodolfo, squattrinato, che vive in una soffitta gelida, e la sua vicina Mimì (ma il suo nome è Lucia), ricamatrice di fiori e malata di tisi. La Bohème, però, segue anche le vicissitudini del gruppo di amici di Rodolfo, come il pittore Marcello, che conosciamo sin da subito perché vuole bruciare il suo dipinto raffigurante il passaggio del Mar Rosso, innamorato della cocotte Musetta. Ci sono Schaunard, musicista, che porta cibo quando guadagna un po’ di soldi e Colline, filosofo, che vuole dare via la sua vecchia zimarra per aiutare Mimì.

Francesco Saponaro, regista della versione proposta al Teatro di San Carlo di Napoli, prova a creare un ponte concettuale tra Napoli e Parigi smorzando il carattere melodrammatico dell’opera e provando a far dialogare Cechov con Scarpetta. Il sipario, quindi, si apre sulla bella scenografia di Lino Fiorito dove spicca il Vesuvio sul Golfo di Napoli e una inaspettata Tour Eiffel. Sin dalla prima scena, quindi, il regista crea un patto di sospensione dell’incredulità con lo spettatore non solo per l’ardito accostamento ma anche perché la Tour Eiffel cominciò ad essere costruita nel 1887.

Quindi, è un luogo dell’anima la Napoli-Parigi mostrata da Saponaro e, sin dalle prime battute, questa connessione emerge con forza. È chiaro il riferimento a Miseria e Nobiltà quando Schaunard porta il pranzo seguito dai due garzoni ma ci sono anche alcuni collegamenti con il Feydeau bohemien di Chez Maxim, soprattutto con riferimento al Café Momus.
Saponaro, inoltre, riesce a mostrare la scena della vigilia di Natale nel Quartiere Latino senza confondere lo spettatore ma creando un dinamismo, niente affatto scontato, che regala un’atmosfera veramente particolare. Non ho amato, per contro, la scelta registica di togliere drammaticità alla scena finale.

Veniamo agli interpreti: Karen Gardeazabal è una Mimì con una voce intensa, con buoni filati, che si distingue negli acuti ma si indebolisce nei recitativi. Discorso diverso per Hasmik Torosyan, voce più calda e smagliante, che è una Musetta molto convincente. Giorgio Berrugi è un Rodolfo dal timbro netto ma con gravi non troppo potenti mentre Simone Alberghini è un Marcello che non rinuncia alle sue sfumature vocali presentando notevoli qualità istrioniche. Notevole, invece, Giorgio Giuseppini che, con Vecchia zimarra, commuove e strappa applausi.

Convince meno la direzione di Alessandro Palumbo che non riesce a far sentire il codice espressivo pucciniano e non va a suo favore dato che l’orchestra, in Puccini, è come se fosse un attore in scena, è un segnale narrativo che detta le regole, aggiunge tutto ciò che il testo non dice. Ad esempio, nell’ultima scena in cui si riprendono i temi del primo atto, non ho avvertito la tragedia proprio perché il suono era poco teatrale e non aveva la potenza espressiva giusta per evocare la drammaticità del momento. Resta, però, l’idea di una Bohème più sociologica che avrebbe dovuto avere molta più anima.

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