La 25a ora: la recensione del film di Spike Lee con video del monologo

L’ultimo Cristo contemporaneo nasce a New York e si chiama Montgomery Brogan. Condannato per spaccio di stupefacenti, tradito, sbeffeggiato, consegnato alle guardie del Tempio, dove sconterà (cifra simbolica) 7 anni di carcere. Nell’attesa della Passione che inizierà l’indomani, Monty vaga per la città, ricorda l’unico “miracolo” compiuto (la guarigione di un pit-bull moribondo), incontra amici e nemici… ma d’un tratto si ferma, ripara nel bar di suo padre e comincia a parlare con se stesso allo specchio: corpo (parte umana) e immagine (parte divina, immateriale) a confronto. E le Beatitudini del Discorso dalla Montagna (all’aperto e in alto) si ribaltano nelle Maledizioni (al chiuso e in basso) dal buio di un cesso. Folgorante “fuga dal racconto” che replica l’esilarante sequenza degli insulti di Fa’ La Cosa Giusta, la torrenziale invettiva di Monty si eleva a voce onnisciente, apocalittica, che mette alla sbarra tutta la commedia umana di una città in subbuglio: neri, ebrei, pakistani, italiani, coreani, portoricani, suo padre, la sua ragazza Naturelle (traditrice?), i suoi amici Jacob e Francis, Bin Laden, il suo “collega” Gesù, fino ad arrivare a se stesso. Quanto diverso questo inferocito rap del nuovo millennio dalla lettera d’amore, soffusa e intima, che il Woody Allen di Manhattan recitava due decenni fa sulle note di Gershwin…

Una fuga (stilistica e narrativa) che si ripete nel semi-onirico finale. É già l’alba, la 25ª ora è scoccata. Sulla strada per il carcere, forse il Padre potrebbe allontanare da lui questo calice amaro: potrebbe aiutarlo a fuggire, rifarsi una vita, invecchiare lontanissimo da qui, in un altro film fatto di colori da fotoromanzo, spazi immensi, case basse, deserto, dove crescere una nuova famiglia, figli, nipoti… O forse no: forse il vero futuro di Monty è proprio in prigione… E il film chiude in questa struggente incertezza, che ricorda un po’ il “paradisiaco” sogno di redenzione di Arizona Junior dei Coen, ma che è soprattutto un sentito omaggio all’epilogo de L’Ultima Tentazione Di Cristo e al più newyorchese dei registi: tutta un’esistenza compressa in un battito di ciglia. Come un eroe biblico, non si sfugge alla propria missione, né alla propria terra.

Nell’intervallo tra queste due fughe, Spike Lee gioca di cinema: Monty venne chiamato così dai genitori in onore di Montgomery Clift, con il quale l’inquieto e sconfortato Edward Norton ha parecchio in comune; paragona l’amico Francis (rampante uomo d’affari) al Gordon Gekko di Wall Street; invidia il personaggio degli X-Men che ha il potere di oltrepassare i muri; il suo salotto ospita il manifesto del Paul Newman anti-carcerario di Nick Mano Fredda… Spezzetta inquadrature e sequenze come piccole dosi da spacciare in fretta. Filma un’irruzione della squadra narcotici come fosse la visita inattesa di vicini un po’ sarcastici. La sceneggiatura di David Benioff (autore del romanzo omonimo) smarrisce più volte il protagonista, per nutrite digressioni da “affresco storico-sociale” sui personaggi di contorno: le battaglie di alta finanza di Francis, l’attrazione tra il professor Jacob e una studentessa… Ma alla fine ogni sottotrama dovrà confluire e risolversi nella dilatata angosciosa sequenza della discoteca (l’Orto degli Ulivi di Monty), dove il vero traditore sarà punito, e ogni personaggio incontrerà il suo irripetibile momento di estasi: un carrello indietro che lo immortala in primo piano, mentre avanza nel locale come scivolando su un tappeto mobile. Sublime artificio che ricorda un’altra celebre sequenza di Scorsese, da Mean Street (ancora una parabola religiosa): il lunghissimo primo piano su Harvey Keitel che durante un festino sprofonda lentamente nell’alcool, dimenticando per un istante tutti i suoi guai.

La 25ª Ora tocca però la sua vetta nel cupo dialogo tra Jacob e Francis davanti alla finestra. Inquadrati di spalle, i due parlano del futuro di Monty, di sventure e accidenti che nessun altro ricorderà; ma sullo sfondo al di là del vetro, centinaia di metri più in basso, si apre l’impressionante ferita di Ground Zero. Unica infrazione di un montaggio vorticoso e frantumato, la cinepresa resta come impietrita di fronte a questo palco privilegiato sull’orrore. Tragedia privata (nel dialogo) e universale (nell’immagine) si conciliano in un infinito piano fisso che sembra annichilire il tempo: una citazione sarcasticamente “al negativo” del torrenziale campo lungo di otto ore che Andy Warhol (l’artista newyorchese per antonomasia) pose sull’Empire State Building. Ciò che in Empire era ironico tributo a un dio del denaro fatto di cemento armato e vetro, ne La 25ª Oradiviene epitaffio ad una religione defunta, al muro squarciato di un tempio dove ora svettano sottili e tremolanti fasci di luce.
Ma soffrire ingiustamente può anche essere un modo per meritare amore. Patire un supplizio, un modo per lavare ogni supplizio futuro. Prima dell’ultimo addio, Monty supplica i suoi amici di picchiarlo (stupenda variante del finale de L’Ultima Corvèe di Hal Ashby), perché non vuole mostrarsi “col suo bel faccino” ai bruti del carcere. Ed è in questo essere allo stesso tempo innocente e colpevole, terra promessa e valle di lacrime, che l’uomo Monty e la sua città New York si ritrovano abbracciati da un unico destino. Abituati a fare e a farsi del male, per non doversi più stupire di fronte al male degli altri.

Articolo di Dante Albanesi (reVision)

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