Kronoteatro: la funzione sociale del rito teatrale è sparita!

Kronoteatro

Il progetto artistico di Kronoteatro si basa sulla collaborazione tra generazioni creando le condizioni per la nascita di spettacoli che si avvalgano della freschezza, dello sguardo innovatore e della capacità comunicativa dei giovani che si stanno avvicinando al teatro. Il loro know-how, inoltre, è quello di mettere in relazione l’attività sul territorio e quella a livello nazionale all’interno di una pratica teatrale virtuosa.

In questo binomio si inserisce il ruolo della drammaturgia, studiata sulle caratteristiche dei componenti del gruppo di lavoro e che utilizza l’improvvisazione come metodo di ricerca principale per un originale linguaggio comunicativo, sia durante la fase preliminare che nel momento in cui un testo viene adattato per la scena fondendosi con corpo, musica ed elementi video e visuali.

Kronoteatro è: Tommaso Bianco, Alberto Costa, Alex Nesti, Nicolò Puppo, Maurizio Sguotti. Tra gli spettacoli prodotti e in produzione ricordiamo “Familia_una trilogia”, “Orfani” e “Cannibali”.

Kronoteatro ha sede ad Albenga (SV), è riconosciuto dal Mibact come Impresa di produzione under 35 organizza e dirige una stagione teatrale invernale giunta alla decima edizione e un Festival estivo Terreni Creativi da sette anni. Notizia di questi giorni è la possibile chiusura di questo festival senza la predisposizione di risorse e di interventi adeguati di valorizzazione del sistema cultura in una regione fertile come la Liguria.  Per questo motivo Kronoteatro ha lanciato un accorato appello per la prosecuzione di “Terreni Creativi” ma anche di un progetto culturale volto a dare rilievo ad una regione ormai culturalmente demotivata che rischia fortemente di ritrovarsi sotterrata dalle macerie.

Sosteniamo Terreni Creativi  con una firma, cliccando sul link. Bastano davvero pochi secondi.

 

1) Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?
Partiamo dal fatto che il teatro negli ultimi trent’anni è diventato d’élite, non parla più ad un pubblico eterogeneo e vasto ma sempre di più ad un pubblico di nicchia ed ha una grande difficoltà a coinvolgere i giovani. Si va poco a teatro, o per lo meno si va poco a teatro a vedere quegli artisti o quelle compagnie che propongono modalità più contemporanee nell’affrontare i loro spettacoli. Secondo noi la crisi culturale del teatro italiano è molto legata a problemi generazionali (la mancanza di ricambio), e alle poche opportunità offerte a chi i progetti culturalmente interessanti li realizza. La crisi del teatro è quindi la crisi culturale dell’intero Paese, cui il mondo teatrale non ha saputo reagire con la dovuta efficacia. Più il format imperante è diventato divano-TV e domenica lo stadio, più il comparto teatrale si è chiuso su se stesso, in termini di produzione artistica. Spaventato dal deserto culturale intorno a lui, l’artista ha provveduto a creare e crearsi un orto, nei casi più fortunati una piccola oasi, dove ospitare quasi esclusivamente altri “come lui”. Le tempistiche per uscire da questa crisi, dipendono quindi anche da noi. Crediamo di doverci porre l’obbiettivo della formazione del pubblico, creando prodotti culturali capaci di parlare a il più vasto pubblico possibile e contenitori espositivi di questi prodotti culturali che siano allettanti, che si pongano l’obbiettivo di proporre un nuovo modo di vivere lo spettacolo teatrale, che inseriscano questo evento effimero in una nuova forma di socialità.

2) Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?
Non pensiamo affatto che in Italia in questo momento non ci siano idee teatrali forti, anzi a nostro avviso in questo periodo ci sono realtà teatrali estremamente interessanti, con proposte e poetiche diversissime le une dalle altre, che propongono nuovi linguaggi o che sperimentano nella tradizione. Per noi l’idea teatrale non è solo la realizzazione di uno spettacolo, ma anche la formazione di un pubblico, il lavoro su un territorio, le modalità di ricerca artistica e cioè la Residenza. Oggi l’Italia ha una rete di piccole e medie realtà, che operano essenzialmente in provincia, che sono una grande risorsa per il teatro italiano, e che in questi anni hanno programmato, fatto crescere, scoperto nuovi idee e talenti. Non ci si deve fermare solo alla produzione, lo spettacolo che nasce è l’ultimo tassello e forse anche il meno importante.
3) Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?
La funzione sociale del rito teatrale è sparita. Più il teatro diventa luogo di lavoro, salotto per tecnici, spazio espositivo (o peggio museale) di questo o quell’altro artista, sempre più si ingigantisce il divario tra il grosso pubblico e l’atto teatrale. Il comparto teatrale non ha un peso nelle scelte che la società civile opera. Tantomeno le scelte politiche (e di politica culturale), nel locale come nel nazionale, vengono prese non tenendo in conto e considerazione gli artisti. Per quel che riguarda invece il rapporto interpersonale, la funzione di interazione, scambio e dibattito, attività foriere del fermento capace di creare il tessuto culturale di un Paese, è annichilita. Questo processo ha il suo riflesso nel linguaggio teatrale che si fa specifico e tecnico, comprensibile, apprezzabile e decifrabile da chi già è in possesso dei codici che lo formano e definiscono. Senza generalizzare, al pubblico non specializzato non viene prestata la dovuta attenzione in termini di coinvolgimento.
Le funzioni sociali del teatro sono sempre le stesse, ha una funzione educativa, terapeutica, politica. Il buon teatro costringe a pensare.

4) Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?
Il rinnovamento viene da sé. Dovesse anche questo rinnovamento passare attraverso ad un collasso, ad un definitivo scollamento tra il pubblico e il fatto teatrale. Il teatro trova la sua strada. Questo processo non può essere lasciato però andare avanti da solo. Il teatro ha il dovere di fare ricerca non solo nell’interpretazione di questo mondo, ma anche nel ricercare un nuovo modo di starci, al mondo. Un modello culturale forte avrebbe come unico risultato quello di formare degli insegnanti e degli epigoni, che prima seguirebbero pedissequamente un insegnamento e poi ne cercherebbero una variazione, un’evoluzione. Credo che sia meglio non avere maestri che si impongono, ma piuttosto fonti che si avvicinano.

5) Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?
Lo stato sostiene il teatro con il Fus. Non ne beneficiano tutti. Noi dal 2015 siamo riconosciuti dallo Stato come Compagnia under 35, pensiamo però che le regole per ottenere i contributi siano da rivedere. Il Decreto non considera abbastanza l’attività generale che le strutture svolgono, una Compagnia teatrale per poter sopravvivere deve lavorare su un territorio e svolgere molte azioni (rassegne, festival, laboratori, residenze) non si limita alla produzione di spettacoli. Inoltre è necessaria una legge sul teatro.
6) Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.

  1. Imporre ai Teatri Nazionali, ai Tric e ai Centri di Produzione di programmare teatro contemporaneo e teatro emergente
  2. Aumentare il FUS portandolo ad un importo che ci avvicini a Germania e Francia come totale dei stanziamenti

 

7) Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?
Noi non siamo così categorici nel dire che i classici non dovrebbero essere affrontati, ci sono molte compagnie che hanno compiuto operazioni davvero interessanti sui classici rivisitandoli. Diciamo però che la drammaturgia contemporanea dovrebbe essere aiutata più di quanto oggi si faccia, e che la mancanza di autori, sempre lamentata in questi anni, è dovuta anche al fatto che per non rischiare si è sempre fatto la scelta di comodo del classico. Per mancanza di coraggio non si è mai investito sulla nuova drammaturgia. È ovvio che stiamo parlando delle grandi Istituzioni teatrali (Teatri Stabili in particolare) che erano coloro che avrebbero dovuto ottemperare a questo obbligo.

8) Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?
Se la domanda è se nel mondo dello spettacolo dal vivo il teatro sia dittatura, la risposta è sicuramente no. Crediamo sia il teatro lirico il dittatore assoluto che assorbe la maggioranza dei fondi Ministeriali.

9)È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?
Potrebbe essere possibile nel momento in cui tutti i protagonisti del settore teatrale cercassero una modalità diversa di rapportarsi, anche fuori dalle regole del mercato che inevitabilmente influenzano il lavoro di tutti. Il punto in comune, di fatto, c’è già ed è il teatro stesso. Se sono la dipendenza e la passione per la creazione teatrale a farci stare assieme ed a farci collaborare, il risultato non potrà che essere figlio di questa passione e perciò appassionate esso stesso per il pubblico. Forse è un’idea romantica, data la grave situazione è politica, economica e culturale in cui il Paese versa, ma dobbiamo essere noi stessi per primi a riscoprire il perché facciamo questo lavoro. E forse la crisi, può spingerci in ragionamenti meno prudenti e, speriamo, più fertili.

10) Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?
Beh, diciamo che lo spettatore è fondamentale, anche se a nostro avviso non si deve averlo come continuo riferimento nel momento della creazione artistica. Creo per uno spettatore ma creo anche per me. Non devo dimenticarmi di lui ma non mi deve condizionare. La formazione del pubblico è la nostra unica possibilità affinché il teatro sopravviva. È ovvio che non debba essere il linguaggio teatrale ad impoverirsi per adeguarsi al livello culturale generale, né ad adeguarsi allo sguaiato format televisivo, ma credo che noi, in qualità di operatori ed artisti, non possiamo non porci il problema di come riallacciare i rapporti con quella (grossa) porzione di pubblico che ha perso interesse e stimolo nei confronti del nostro lavoro, fermo restando che nell’atto creativo e quindi nel suo riflesso espositivo e pubblico, debba essere salda l’autonomia espressiva. L’investimento su un nuovo pubblico deve permeare tutto il lavoro che si fa attorno al teatro. Ad investire non deve essere esclusivamente l’istituzione teatrale o l’ente pubblico (che comunque non lo fanno e quando lo fanno, non è abbastanza), ma tutte le figure professionali devono concorre a questa formazione. Ognuno, con le proprie caratteristiche e potenzialità, ha la possibilità di mettere in atto pratiche di formazione.

Prima di salutarvi, ringraziandovi per la collaborazione, vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale? Come immaginate la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

La nostra missione teatrale è operare in un territorio molto difficile (ponente ligure), in provincia dove riusciamo a produrre e programmare teatro contemporaneo. La situazione teatrale dei prossimi 5 anni la immaginiamo ancora più complicata di oggi, sicuramente con difficoltà finanziarie ancora peggiori, ma crediamo anche che un progetto forte e innovativo e il radicamento sul territorio saranno gli elementi che ci renderanno più stabili.

 

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Una risposta

  1. Lucio ha detto:

    sono pienamente d’accordo e aggiungo che il Teatro – come l’Arte tutta- è uno dei pilastri fondamentali e fondanti di una società. Significativa l’epigrafe sul frontone del Teatro Massimo di Palermo: “l’Arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”

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