Jocelyn uccide ancora, dal ridere

“E venne il giorno in cui Gesù si recò al tempio di Gerusalemme, per onorare il Dio di cui era profeta sulla terra: Anubi.”

Sono fermamente convinta che sia estremamente complesso non innamorarsi di un racconto con un simile incipit. Se poi i racconti sono circa cinquanta, e tutti mantengono all’incirca la stessa freschezza, ironia e originalità nella lunghezza di cinque pagine al massimo, è allora che si capisce di avere tra le mani qualcosa di raro e di riuscito. Il libro è Jocelyn uccide ancora de Lo Sgargabonzi, sua prima pubblicazione per Minimum fax.

Lo Sgargabonzi, al secolo Alessandro Gori, da appassionato di giochi da tavolo prende il suo pseudonimo direttamente da una carta del Mercante in fiera illustrata dal grandissimo Jacovitti, ed è un comico, fumettista e scrittore di talento nato sul web e celebre soprattutto per l’omonima pagina Facebook e per i suoi spettacoli live. Il Jocelyn del titolo è invece Jocelyn Hattab, il conduttore televisivo francese, che è soltanto uno dei numerosi personaggi più o meno casuali che appariranno nell’opera. Qualcuno ha parlato, più che di raccolta di racconti, di almanacco: è in un certo senso più corretto, perché “Jocelyn uccide ancora” presenta parodie, liste, poesie, piccoli saggi, ricordi autobiografici. Ci sono Dario Fo, Corrado Tedeschi, David Bowie (presente in ben dieci “Interludi”, condannato a dare opinioni dall’aldilà tramite l’ausilio di un bastone: un colpo per il sì, due per il no), Harambe, Nanni Moretti, i Baustelle e Anna Frank. E ancora: Osama bin Laden, Moni Ovadia, Don Gallo, Roberto Saviano, Giacomo Leopardi e Pier Paolo Pasolini.

Davanti a un simile miscuglio di persone, di storie, di marche e sottomarche, ci si trova spaesati e divertiti proprio dall’assurdità di certi accostamenti, dall’imprevedibilità totale di qualsiasi frase. Si dice spesso di un libro, e quasi sempre a sproposito, che “non è per tutti”. È vero in questo caso. Perché l’umorismo de Lo Sgargabonzi è cinico e complesso, a volte venato di malinconia e di amarezza. Si ride, e di gusto, al punto che leggerlo in pubblico potrebbe portare all’umiliazione personale, però sempre come se il senso della sua comicità non fosse neppure nella risata. Alessandro Gori sa maneggiare le parole: lo si capisce dal modo sofisticato che ha di metterle in fila, senza scendere mai nei luoghi comuni (se non volutamente, e lì scatta la molla della commedia).

“Infatti Hans e Gretchen soffrivano della famigerata sindrome di Pugaciov. Al posto degli occhi avevano due piccole bocche ciascuno, e un solo grande occhio completamente bianco dove le persone normali hanno la bocca. Oltre a questo avevano, al posto del cervello, il Belgio.”

La parodia è uno dei suoi mezzi più utilizzati ed efficaci. L’apice in questo senso è forse “La crisalide dei sensi(“D’un tratto, lui la piegò dolcemente come una bicicletta pieghevole presa coi punti all’Esselunga dell’anima”), presa in giro incredibilmente riuscita di certi romanzi erotici in cui l’anatomia viene confusa e il tutto ricoperto da parole inutilmente auliche e che non fanno che suonare, in quel contesto, ridicole.

Il paragone letterario che viene più immediato – o, almeno, è venuto a me, e credo non a sproposito – è quello con il David Foster Wallace di “Brevi interviste con uomini schifosi”. Anche Lo Ssgargabonzi potrebbe essere ricondotto alla definizione di “realismo isterico”, a quel tipo d’umorismo che fa ridere perché colpisce come un pugno allo stomaco, perché spalanca gli occhi con la sua assurdità. Ho già citato Anna Frank, che qui si esprime con frasi che potrebbero essere uscite dai post di una ragazzina del 2000, ma potrei parlare anche di un pezzo sull’aborto o di un altro, nerissimo, che ha al centro un abuso – concentrandomi per un attimo su quest’ultimo, tra l’altro, ho scovato vagando per il web una vecchissima discussione su un forum di scrittori nella quale il povero Gori veniva proprio accusato di essere una persona orribile per aver scritto tale storia, che era allora appena una bozza. Eppure dovrebbe bastare l’utilizzo all’interno della stessa dell’aggettivo “fulciano”, o il rimando a “La casa dalle finestre che ridono”, per comprenderne lo spirito goliardico ed eccessivo che rimanda ad alcune pellicole volutamente esplicite e violente che venivano girate nel nostro Paese negli anni ’70. Come detto, non è (purtroppo) un libro per tutti.

Sono tanti i rimandi al passato, alla bellezza dell’infanzia. Sembra di ascoltare Nanni Moretti che corre a bordo piscina gridando “Le merendine di quando ero bambino non torneranno più!”. Le atmosfere sono spesso quelle degli anni ’80 e ’90, vicine al pulp tarantiniano. Ma non soltanto. “Jocelyn uccide ancora” è soprattutto un lavoro profondamente contemporaneo, che prende e stravolge luoghi comuni e cultura pop d’ogni tipo dell’Italia odierna. In questi racconti all’apparenza assurdi e sconnessi si può intravedere moltissimo di ciò che siamo diventati. Ognuno di noi è seduto accanto agli spettatori ipnotizzati della copertina.

E con l’ultimo racconto, “Mondo senza fine“, si fa addirittura un salto nel futuro. Venato di nichilismo e inquietudine, e dannatamente spassoso. Anche se forse, a pensarci bene, questo non fa ridere neanche un po’.

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