Io muoio e tu mangi: l’atarassia raccontata da quotidiana.com

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Torna alla Sala Ichos la compagnia quotidiana.com col secondo capitolo Io muoio e tu mangi della tetralogia Tutto è bene quel che finisce (3 capitoli per una buona morte).

La coppia Paola Vannoni e Roberto Scappin continua a sorprendere il pubblico incentrando le loro pièce su quelli che possiamo con sicurezza definire argomenti scomodi. Si è sempre parlato della continua angoscia dell’uomo nel cercare di dare un senso alla vita, alle proprie azioni e alle motivazioni che lo spingono, ponendo, però, l’attenzione su altri tipi di fattori. Si parte dal “Via” per poi tracciare un percorso che ci porti alla “Fine”, alla meta.

E se facessimo il contrario?

Cosa succederebbe se ribaltassimo tutto?

Raccontare e riflettere sulla morte e sulla sua ineluttabilità per trovare una coerenza con tutto quello che si è fatto fino a quel punto. Arrivare alla vetta, voltarsi indietro e vedere quello che si è seminato. Se il seme non muore non può dare frutto. Anche la morte quindi merita di essere per una volta protagonista. Merita di essere raccontata e merita di essere messa al centro della scena, come un trofeo.

A differenza del primo capitolo L’anarchico non è fotogenico qui c’è una trama di fondo, anche se, come sempre, manca l’azione ed è tutto vincolato all’essenzialità della parola e del dialogo. Sono raccontate le regolari visite di una figlia al capezzale del padre morente nel reparto geriatrico dell’ospedale. A fine giornata racconta al marito la sua giornata tipo, con gag e imitazioni al limite del grottesco e del cinismo più bieco. Al centro delle scenette c’è tutto il personale del reparto che appare delirante tanto quanto i ricoverati. È come se ci si trovasse in un luogo che non è più vita ma non è nemmeno morte. Un luogo dell’attesa. Ed in questo luogo (meta)fisico, i rimproveri del padre alla figlia. Io muoio e tu mangi. Si rimprovera la disattenzione, l’ottusità e l’accanimento. Un rimprovero così flebile che non desta la giusta considerazione. Tutto è vano. E quindi si muore quasi per caso, quasi come se non ce ne rendessimo conto.

E poi dopo?

Ancora schemi e ancora gerarchie. Non c’è scampo per le etichette nemmeno dopo la morte. Si spera si di andare nell’Empireo, ma qualsiasi luogo del “dopo” è ben accolto, con un entusiasmo differente s’intende ma d’altronde “tutto è bene quel che finisce”.

Facciamo una pausa sensoriale.

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